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“Nell’albergo non c’era posto per la mamma del Dio bambino, del Dio piccino, del Dio poveretto. L’albergo era chiuso. E dopo quel giorno gli uomini hanno appreso che al di là delle porte sbarrate c’è il Signore che attende di essere accolto. E colui che decide di lasciare aperta la sua porta potrà accoglierlo sotto l’umile sacramento dei volti umani. I volti lavati dalle lacrime, i volti stanchi, i volti insudiciati. Sotto l’umile sacramento di tutto ciò che è sgraziato.
Colui che al crocevia del mondo sa costruire l’albergo senza registrazioni e senza prezzi, vede lo straniero diventare fratello e il Verbo farsi carne per abitare in mezzo ai suoi.” (M. Delbrêl)

Questa è il testo della riflessione stampata nel retro dell’immagine che stiamo consegnando a tutte le famiglie della nostra parrocchia, in occasione delle benedizioni natalizie. Lo riporto su questo editoriale a mo’ di augurio rinnovato a tutti, nell’imminenza delle festività natalizie. Una riflessione tanto commovente quanto responsabilizzante, che strappa dal Natale ogni retorica buonista ed infantile. Natale è stato ed è cosa seria, dal momento che da quel giorno siamo avvertiti che il Dio in cui crediamo non solo non se ne sta nella calda beatitudine del suo castello incantato, ma nemmeno si accontenta più di tanto di abitare nelle solenni liturgie delle nostre cattedrali. No, il Dio del Natale ci ricorda che il luogo tangibile, in cui ci è possibile incontrarlo è quello che viene definito l’umile sacramento dei volti umani. Fin dal tempo del catechismo abbiamo imparato a pensare ai sacramenti come a quei 7 gesti (battesimo, cresima, eucarestia, …) che scandiscono la vita dei credenti. Qui invece il concetto si moltiplica a dismisura, assume la forma dei volti umani. E se questa notizia per un verso ci riempie di consolazione – perchè parla di un Dio vicino che si nasconde dietro il nostro, il mio volto – dall’altro ci inquieta non poco, dal momento che i volti umani sono spesso sfigurati, abbruttiti, portatori di nessun fascino: volti lavati dalle lacrime, volti stanchi, volti insudiciati. Volti che lasciamo fuori dalle nostre porte sbarrate, come quella dell’albergo per cui non ci fu posto nella notte di Betlemme. Porte sbarrate che sono l’arrogante presunzione che i nostri guai siano troppo grandi per condividere qualcosa del nostro benessere con chi bussa alle nostre porte; o la miope illusione che ci possa essere un futuro di pace disinteressandoci di quanto accade al di là del nostro appartamento, al di là del nostro Paese, al di là del nostro vecchio e triste occidente. Porte sbarrate che prolungano all’infinito la disgraziata domanda di Caino: “sono forse io il custode di mio fratello?”.
E allora ditemi voi se non è straordinariamente bella la conclusione del testo di M. Delbrêl, una mistica francese dello scorso secolo, che ha speso la sua vita nelle periferie operaie della Parigi degli anni ’50 e ’60, che ci invita a stare al crocevia del mondo, là dove la gente passa, alla ricerca di un senso da dare alla propria vita, alla ricerca di un futuro per i propri figli che sia migliore del proprio passato. E in quel crocevia costruire un albergo strano, mai esistito, senza registrazioni e senza prezzi, dove le persone vengono accolte a prescindere dai loro documenti e dai loro permessi di soggiorno, accolte gratuitamente, che non significa gratis, ma in uno spirito di solidarietà capace di generare inaudite relazioni.
Con quale risultato? Che lo straniero diventa fratello e il Verbo torna a farsi carne e ad abitare in mezzo ai suoi. Riconoscere ogni uomo e ogni donna come fratello e sorella ha il potere di rinnovare l’Incarnazione del Verbo, di fargli sapere che questa volta sarà accolto, questa volta i suoi fratelli gli faranno spazio, questa volta saremo suoi custodi, questa volta nessuna porta d’albergo rimarrà chiusa.
Buon Natale a tutti!





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