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Questo anno pastorale è iniziato con forti richiami ad alcune figure di santità particolarmente legate ai nostri territori come quella di p. Recalcati da Sesto san Giovanni di cui abbiamo celebrato il 150° anniversario della nascita e quella di sr. Leonella Sgorbati, martire in Somalia nel 2006.

Questo mese ci permette di fissare lo sguardo su due altre figure che papa Francesco canonizzerà il 14 di ottobre a Roma: quella di Papa Paolo VI, che fu Arcivescovo di Milano dal 1954 al 1963 e quella del Vescovo di san Salvador, Oscar Romero, assassinato il 24 marzo del 1980. Ciò che li accomuna è anzitutto l’attenzione al grido dei poveri, la volontà di scuotere le coscienze, il desiderio di pacificazione per l’America Latina. Era stato Paolo VI a nominare Romero vescovo di San Salvador nel ’77 in una situazione sempre più difficile per la violenza delle oligarchie locali e dei militari. Un uomo, un Vescovo, che ha vissuto la povertà semplicemente decidendo di camminare accanto ai poveri della sua Diocesi, facendo diventare ragione di vita la scelta preferenziale dei poveri. In particolare si adoperò per i campesinossenza diritti e senza difensori, a favore dei quali alzò la voce contro coloro che, senza scrupoli e con l’arroganza tipica dei prepotenti, li facevano oggetto di sopraffazioni e sfruttamento. Queste le parole conclusive dell’ultima sua omelia, il 24 marzo 1980: “Dalla fede cristiana sappiamo che in questo momento l’ostia di grano si converte nel corpo del Signore offerto per la redenzione del mondo e il vino in questo calice si trasforma nel sangue prezzo di salvezza. Che questo corpo immolato e questo sangue sacrificato per gli uomini ci alimenti anche per dare il nostro corpo e il nostro sangue alla sofferenza e al dolore, come Cristo, non per sé, ma per dare frutti di giustizia e di pace al nostro popolo”. Aveva appena finito di pronunciare queste parole che un colpo di fucile al petto le trasformava nel suo testamento spirituale: amare Dio sopra ogni cosa e amarci gli uni gli altri come Cristo ha amato noi, fino a dare la vita per i fratelli.

Di Paolo VI mi piace ricordare il coraggio e la tenacia con cui ereditò e portò a compimento il Concilio vaticano II e l’aver traghettato la chiesa in una stagione affascinante e drammatica come quella del ’68. Stagione paradossalmente anticipata dalla chiesa cattolica grazie a quell’evento di grazia che fu il Concilio. Mi piace ricordarlo per la geniale lungimiranza rispetto ai grandi cambiamenti che il mondo stava vivendo negli anni della ricostruzione post-bellica. Per questo scrisse una lettera enciclica, l’anno dopo la chiusura del Concilio, intitolata Populorum progressio, nel contesto dell’ondata delle decolonizzazioni, con la nascita di nuovi stati indipendenti e con le speranze ed incognite che questo portava con sè. L’enciclica lanciava un messaggio globale ancora sorprendente. La parola globalizzazione non esisteva ancora, e il mondo non era quello di oggi, ma la Chiesa si presentò come portatrice di un messaggio universale: questa fu la prima enciclica che si occupava dei problemi dello sviluppo, ponendo la Chiesa non al di sopra delle parti, ma dalla parte dei più deboli, cioè dei Paesi in via di sviluppo, dei vinti, degli emarginati.

Non ebbe dovunque buona accoglienza e fu accusata in vari paesi industrializzati di avere un tono marxista. In Germania molti affermarono che il testo non riguardava il loro ricco Paese, che aveva già risolto il problema dello sviluppo, ma interessava i Paesi poveri. Non si percepiva il rapporto di causa ed effetto che spesso c’è tra la ricchezza degli uni e la povertà degli altri. E anche se questo rapporto non ci fosse, non si avvertiva lo scandalo della convivenza delle due realtà.

Consegno a tutti queste brevi note nella convinzione che non si dà cammino di fede senza la capacità di coniugare l’attenzione sui problemi di coloro che ci stanno accanto, con quella nei confronti delle grandi questioni mondiali. “Sali sul campanile della tua parrocchia e da lì guarda il mondo” (Clau­del).

 Don Roberto Davanzo





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