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Già, perché proprio di questo si tratta. In fondo a questo articolo troverete un riassunto dei sacramenti amministrati nell’anno appena trascorso. Tra i vari dati emerge che i battesimi sono stati 46 a fronte di 126 funerali. Certo, possiamo immaginare che i nati siano stati più dei battezzati, ma non c’è bisogno di essere raffinati demografi per intuire che di questo passo il nostro Paese non solo finirà per essere un Paese di vecchi, ma sarà un Paese nel quale non sapremo neppure come far fronte ai problemi legati all’allungamento della vita. Se non ci saranno figli in grado di accudire i propri genitori, il peso di tale assistenza cadrà inevitabilmente sulle spalle del nostro sistema di welfare. Se permarrà questo trend così negativo, inevitabilmente gli immigrati che continuano a giungere sul nostro territorio finiranno per generare quella che qualcuno chiama una “sostituzione etnica”. Ma non certo per l’impegno all’accoglienza cui papa Francesco non smette di richiamare, bensì per un vuoto drammatico che noi italiani stiamo generando e che – solo in parte e non certo per sempre – le famiglie immigrate possono colmare.

La questione è seria e francamente stupisce che sia così scarsamente oggetto di riflessione. Una questione che il nostro Arcivescovo definisce di “inverno demografico” e che trova la sua spiegazione in numerosi fattori. Il primo dei quali – e forse il più velocemente aggredibile – è certamente quello economico. Non ci sono dubbi che la crisi economica, le ataviche difficoltà a comporre gli impegni della famiglia e del lavoro, la scarsità di servizi a sostegno della maternità (asili nido, …) finiscano per giustificare questa denatalità. È però vero che forse prima di una crisi economica, il nostro Paese, le nostre famiglie giovani (comprese quelle che si riconoscono in una formazione cristiana), finiscono per subire gli influssi di una crisi valoriale che porta noi adulti a guardare al futuro in modo di-sperato. Tutto si appiattisce sull’oggi, il domani spaventa o per lo meno non interessa. Dunque, che senso ha mettere al mondo dei figli se la vita smette di essere una promessa di bene, un dono straordinario che non possiamo tenere solo per noi stessi? Proprio da qui nasce la difficoltà forse più profonda per una vera opera generativa ed educativa: alla radice della crisi dell’educazione c’è infatti una crisi di fiducia nella vita.

Comprendiamo allora che il problema non è solo numerico se abbiamo celebrato solo 46 battesimi a fronte di 126 funerali nel 2016. Il problema riguarda il modo di pensare al significato da dare alla vita e dunque il modo di stare al mondo. Qual è il significato di “persona”? Qual è il destino dell’uomo? Qual è il senso delle nostre fatiche? Su cosa si fondano le nostre speranze? Può sembrare che questi interrogativi abbiano poco a che fare concretamente con i problemi quotidiani della vita. Dobbiamo però chiederci se sia possibile uscire dall’attuale stato di incertezza economica e sociale segnata dalle sfide del terrorismo e dell’immigrazione senza intervenire sul livello antropologico e culturale della questione, dal momento che quando pensiamo al futuro della nostra società e dei valori che nei secoli ha maturato dobbiamo riconoscere che ad essere in crisi è proprio l’attuale concezione dell’uomo.

In tutto questo si colloca la missione pastorale di una comunità cristiana come la nostra, chiamata a porre incessantemente segni di speranza capaci di offrire uno sguardo più sereno ai nostri concittadini e – perchè no? – di infondere alle coppie giovani il desiderio di mettere al mondo dei cuccioli di uomo a cui affidare lo straordinario compito di continuare l’opera di umanizzazione della società che noi per primi mostreremo loro di volere e sapere fare nostro.

 

Don Roberto Davanzo

IL 2016 IN NUMERI:

BATTESIMI 46     COMUNIONI 83      CRESIME 75      FUNERALI 126       MATRIMONI 14





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