II domenica di Pasqua 2021 – In albis depositis

  1. Fin dai primissimi secoli del cristianesimo la domenica che veniva dopo la Pasqua era detta “in albis depositis”: quelli che erano diventati cristiani nella veglia pasquale e in quell’occasione avevano ricevuto la veste bianca che
    ricordava la nuova dignità dei figli di Dio, dopo una settimana la toglievano, la deponevano: non c’era più bisogno di un segno esteriore, di un distintivo visibile del loro essere entrati a far parte della comunità dei credenti; ormai era la loro condotta, il loro modo di vivere a mostrare una differenza rispetto al comportamento dei pagani in mezzo ai quali si trovavano a vivere; già perchè il cristianesimo non era una questione di distintivi da mettere sul bavero della giacca, ma uno stile di vita che aveva una visibilità rappresentata da una vita comunitaria,
    come luogo di manifestazione
  2. Mi pare che questo sia il tema centrale del Vangelo di questa domenica: il Signore risorto lo si incontra pienamente solo all’interno della chiesa e dell’esperienza comunitaria che questa ci propone; e la riflessione ci viene proposta attraverso la vicenda dell’apostolo Tommaso, attraverso la sua maturazione di fede; la sera del giorno di Pasqua Gesù si rende presente tra i discepoli, li incoraggia, offre loro quella pace che è il dono del Messia, li manda, dà loro lo Spirito, conferisce loro il potere di perdonare i peccati; ma Tommaso non era in mezzo a loro e non riconosce la testimonianza degli altri, non ci crede, non gli basta il “sentito dire” e poi, che credibilità potevano avere questi che dopo tante scene erano scappati tutti come conigli…; otto giorni dopo, la domenica successiva, questa volta Tommaso è con gli altri, la comunità dei discepoli si è ricostituita nella sua interezza: Gesù si rende ancora presente e la fede di Tommaso lo riconosce
  3. Questo il racconto, ma la questione che ci sta sotto è seria, è decisiva dal momento che pone uno dei nodi che
    rendono difficile il cristianesimo: la chiesa, lo spessore umano della fede, la pesantezza di uomini e donne che –
    invece di aiutarci a riconoscere il Signore risorto – ci ostacolano, ci scandalizzano, ci offrono infiniti motivi per
    dubitare dell’esistenza e della benevolenza di Dio; e allora, perchè non cercare di giungere a Gesù direttamente, da soli, senza mediazioni umane? Perchè non confessare direttamente a lui i propri peccati, lui che ci conosce
    veramente a fondo? Perchè non pregare per i fatti propri quando il cuore se la sente, e non a comando?
  4. Capite come dietro a questi modi di pensare si possono nascondere diversi modi di intendere il proprio rapporto
    con Dio e che alla fin fine dicono che l’ostacolo più grande del cristianesimo è la chiesa con le sue fragilità e le sue contraddizioni, con le sue meschinità e incoerenze. Lo riconosciamo senza paura e ci battiamo il petto senza
    falsità. Il problema vero è che questa è stata una scelta di Gesù, che se avesse voluto, si sarebbe manifestato ad ogni singolo essere umano. E invece no. Ha voluto passare attraverso gente come noi, ha voluto farsi conoscere da uomini e donne uguali a tutti gli altri, per cui non ci sarebbe mai stata la fede cristiana senza la testimonianza degli apostoli, non ci sarebbero mai stati i vangeli se qualcuno non si fosse messo prima a raccontare e poi a scrivere il ricordo di quanto Gesù aveva detto e fatto. Ma questo significa anche che quando parliamo della necessità della chiesa per conoscere Gesù, intendiamo parlare di quella chiesa dal volto familiare che si è concretizzata – fin dalla nostra infanzia – nei nostri genitori o nei nostri nonni che ci insegnarono a fare il segno della croce e a recitare le preghiere del mattino e della sera.
  5. È la chiesa che ci trasmette la Parola di Dio che – ricordiamolo – è stata scritta all’interno della storia della prima comunità cristiana e va letta in comunione con la chiesa. È la chiesa che ci offre i sacramenti e ci garantisce che sono un appuntamento certo a cui Gesù non manca mai, anche quando l’uomo che li amministra non fosse degno. È la chiesa che ci insegna a vivere le relazioni tra di noi sotto il segno della carità evangelica e ci provoca a superare i nostri circoli elitari fatti da quelli uguali a noi e ci apre ad una fraternità fatta da gente che non ci siamo scelti.
  6. Dunque, è questa chiesa che ha il compito di far vedere i segni dei chiodi e il fianco squarciato, cioè di far vedere un modo di volerci bene che va al di là del buon senso umano. È questa chiesa che è chiamata a mostrare un volto di simpatia e di misericordia, la sconfitta di ogni settarismo. È questa chiesa che deve obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, superando la tentazione di cercare di contare a livello politico e accettando di essere sconfitta e minoritaria. Quando la chiesa vive così e non si accontenta di parlare di Gesù, allora i tanti Tommaso che incontriamo ogni giorno sono aiutati a riconoscere la presenza del Signore risorto, anche oggi, anche nella chiesa di oggi, anche in questo mondo che sembra dire “non mi interessa”.
  7. Abbiamo iniziato parlando dei cristiani che deponevano l’abito bianco del loro battesimo per indossare quello un po’ stracciato e inzaccherato del proprio vissuto quotidiano. Un abito (da cui “abitudine”) che sia un “quinto vangelo”, un vangelo vivente rappresentato da quegli innumerevoli segni di rivelazione presenti nei nostri piccoli e grandi gesti di carità; un vangelo rappresentato da forme nuove di vita ecclesiale attraverso cui chi non ha ancora incontrato Gesù risorto possa farlo, giungendo a pregare come Tommaso: “mio Signore e mio Dio”.

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