IV domenica di Pasqua 2021

  1. È da diversi anni che la Chiesa dedica questa quarta domenica di Pasqua a pregare per le vocazioni di speciale consacrazione. E lo fa in un frangente storico che vede le terre di antica cristianità – tra cui anche il nostro Pese – particolarmente segnate da quella che abbiamo imparato a chiamare la crisi delle vocazioni. Una crisi che indubbiamente ci porterà nei prossimi anni ad assistere a profonde mutazioni nella fisionomia delle nostre comunità cristiane. Mutazioni non necessariamente negative, badate bene. Trasformazioni che ci costringono a riflettere ad es. su ciò che è specifico nella missione del sacerdote e ci impongono di superare l’idea che una parrocchia debba essere autosufficiente, ignorando le altre che sono presenti nello stesso territorio.
  2. Queste considerazioni introduttive per tentare di trovare, anche alla luce del vangelo di questa domenica, una possibile risposta alla domanda sul perchè della crisi vocazionale che ci sta attraversando. Un perchè articolato che fa riferimento a tanti motivi come il profondo cambiamento culturale, la pesante denatalità, il clima
    di scristianizzazione che ci avvolge. Dunque, come reagire a questo stato di cose, consapevoli che non possiamo metterci a combattere contro i mulini a vento. È a questo punto che la parola del vangelo ci viene in aiuto per indicarci non tanto le strategie pastorali da mettere in atto, quanto la condizione di base perchè la voce del Signore possa tornare ad essere ascoltata, anche quando chiama per una consegna radicale della propria esistenza a lui e ai fratelli.
  3. Ebbene, questa condizione è far crescere nella comunità dei credenti la consapevolezza che si è cristiani anzitutto per vivere una profonda relazione col mistero di Dio che si è manifestato in Gesù di Nazaret. “Stare con Gesù” è l’unico motivo per essere credenti, sentire che – come il pastore ha cura, conosce e protegge con la sua mano ogni singola pecora del gregge – altrettanto intima e personalissima deve essere la nostra relazione con
    lui. Lo dico perchè a mio modo di vedere questa è l’unica strada non solo per una ripresa delle vocazioni di speciale consacrazione, ma perché si impari a pensare alla vita come ad una vocazione e non come ad un agitarsi forsennato e senza meta. Una indagine di qualche anno fa metteva in risalto come più dell’80% degli italiani pensa che esista una sfera trascendente che va oltre la realtà materiale e di questi il 65% si dichiara credente. Risultati consolanti e incoraggianti, ma se si va a domandare per quale motivo una persona continua a credere, è
    impressionante scoprire che circa il 60% risponde perchè è vissuto in un ambiente in cui prevale questa fede religiosa o perchè considera la fede in Dio un bisogno dell’uomo. Quelli invece che si dicono cristiani perchè innamorati, affascinati da Gesù la percentuale crolla pericolosamente ad un misero 3%! Capite: non basta un generico sentimento religioso, nè una fede per convenzione e tradizione per arrivare ad immaginare di consegnare la vita al Signore Gesù. Capite: non dobbiamo dare la colpa della crisi delle vocazioni ai nemici della Chiesa, o al materialismo, o alla secolarizzazione, o … La questione nodale è il modo di concepire la fede, la sua identità, il suo legame con il mistero di Gesù. E prima della fede, la vita stessa: sono al mondo per rispondere a qualcuno che mi chiama o per caso …
  1. Il cristianesimo avrà un futuro non anzitutto per il numero di quanti frequentano la messa domenicale, piuttosto che dal numero di quanti sceglieranno la Chiesa cattolica nella destinazione dell’8×1000 in occasione della dichiarazione dei redditi. Il futuro del cristianesimo verrà solo da una fede vissuta come relazione, comunione con Dio. Pensate: quante volte nel racconto del Vangelo torna il verbo “conoscere”: “io le conoscono … esse mi conoscono”. Un verbo che dice un rapporto, ma non di massa, anonimo. Per Gesù non siamo massa. Ci si conosce dalla voce, prima ancora che per le parole. Una relazione tra noi e il Signore che si costruisce dandosi tempo e concedendosi ascolto. Se non vogliamo che la nostra frequentazione delle chiese diventi l’ossequio ad un precetto e il rapporto impallidisca in una tradizione senz’anima. Una relazione che – quando esiste – diventa subito anche relazione coi fratelli. “Nessuno, dice Gesù, le strapperà dalle mie mani”: Gesù ci garantisce una
    cura, una tenerezza, un sostegno. Ma questa buona notizia si trasforma immediatamente nell’impegno di
    diventare cura, tenerezza, sostegno a favore di quanti fanno più fatica o sono nell’abbandono e nella
    tristezza.
  2. Ne sono convinto. Anche se la Chiesa in Italia dovesse diventare minoritaria, anche se dovesse permanere questa profonda denatalità, ma se crescerà una fede fatta di convinzione, di comunione col Signore Gesù, di ascolto della sua Parola e di cura verso i fratelli, … allora i piccoli che cresceranno nelle nostre famiglie e nelle nostre comunità cristiane impareranno a pensare al Signore Gesù con fascino e passione. E a lui più volentieri saranno disposti a consegnare la vita.
  3. 25 aprile, anniversario della Liberazione dalla dominazione nazi-fascista. Un pensiero obbligato e grato, specie in questa città di Sesto SG, medaglia d’oro per la Resistenza, a quanti – sacerdoti compresi – hanno lottato per regalarci questa lunga stagione di libertà che non ci è lecito sprecare e di cui sentirci responsabili.

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