VI Domenica dopo Pentecoste 2021

  1. Dopo la domenica che ci presentava la figura di Abramo e l’apparire di un Dio che si mostra come il Dio dell’alleanza, della relazione, dell’amicizia, dell’intimità, … questa domenica la fa da padrone un altro personaggio straordinario dell’AT: quel Mosè la cui storia conosciamo bene dai tempi del catechismo. Storia di uomo cresciuto alla corte del Faraone, ma che per strade misteriose finisce per rifiutare la sapienza e il benessere della corte imperiale e ad innamorarsi di una banda di schiavi senza arte nè parte di cui diverrà guida e liberatore. Certo, non senza aver ricevuto un preciso incarico da quel Dio di Abramo che ora voleva mostrare qualcosa di più del suo volto misterioso.
  2. Non dimentichiamolo: quando Dio si manifesta a Mosè – un po’ come con Abramo vecchio e sterile – quest’ultimo si trova in uno stato di profonda depressione. Aveva immaginato di essere il liberatore di quegli schiavi, aveva sputato nel piatto in cui aveva mangiato per anni col risultato che la polizia egiziana lo ricercava e gli ebrei stessi non si erano fidati di lui. Ora si era ritirato a vita privata. Nel deserto, luogo di serpenti e scorpioni, luogo in cui la gente per bene non vive, lui si era accasato, sistemato, con moglie e figli e un’azienda di pecore e capre.
  3. Eppure, il suo cuore non aveva smesso di cercare, di capire, di conoscere. E di fronte al fenomeno del roveto che ardeva senza consumarsi non si allontana impaurito, ma dice “Voglio avvicinarmi e osservare questo spettacolo”. Mosè a quel punto della vita ne aveva già passate tante, ma non per questo aveva smesso di cercare spiegazioni, di porsi domande impegnative, di scrutare il cielo e la terra. Mosè lo collocherei tra coloro che vanno oltre l’apparenza ovvia delle cose. Forse saremmo più credibili nel nostro parlare di Dio se trasparisse di più questa nostra profondità, questa serietà, questa minor sicumera nel dar giudizi.
  4. Dio non darà grande soddisfazione alla curiosità di Mosè. La stessa risposta alla domanda sul nome sarà quanto mai fumosa: “Io sono Colui che sono”. In compenso farà capire bene le sue intenzioni, le sue preoccupazioni, con quattro verbi: “Ho osservato … ho udito … conosco … sono sceso”. Altro che il Dio dei filosofi, distaccato e lontano, altro che il Dio indifferente alle menate degli umani! Certo, quel Dio che Mosè non poteva guardare in faccia, quel Dio dal nome sfuggente, era un Dio che per gli uomini se la cacciava, un Dio inspiegabilmente coinvolto con le vicende degli uomini, specie di quelli più derelitti e scartati. Un racconto della tradizione rabbinica cerca di spiegare l’immagine del roveto che arde e non si consuma. Ecco come lo interpreta: “Il Santo, benedetto sia, disse a Mosè: ‘Non senti che io sono nel dolore proprio come Israele è nel dolore? Guarda da che luogo ti parlo: dalle spine! Se così si potesse dire, io condivido il dolore di Israele’.” (Esodo Rabbà 2,5).
  5. Un Dio che però ad un certo punto siamo riusciti a guardare in faccia, attraverso un uomo, Gesù di Nazaret che si dichiara Figlio di un Dio che è suo Padre e che solo lui conosce, che solo lui può rivelare. Anzitutto a quanti sono “stanchi e oppressi” per dare loro sollievo. Certo che si vuole rivelare a tutti, visto che tutti sono figli di quel Padre. Ma ci sono dei privilegiati, dei preferiti: gli ultimi, gli scartati. Come al tempo di Mosè: chiaro che anche il Faraone aveva i suoi problemi, le sue preoccupazioni. Ma dal roveto ardente Dio dice che ha osservato, udito, conosciuto … il grido degli ebrei. Così fa Gesù. Come una mamma che pur avendo tanti figli se una preferenza deve fare questa riguarda quello più discolo e scapestrato.
  6. Infine, mi piace far notare che di fronte alla voce che lo chiama, Mosè si sente dire: “Non avvicinarti oltre, togliti i calzari dai piedi, perchè il luogo sul quale ti trovi è santo”. Davanti a Dio bisogna starci a piedi nudi, un po’ incerti, giustamente timorosi, senza arroganze, senza presunzioni, senza precomprensioni. Nella terra di Dio come nella terra rappresentata da chi è altro da te, uomo, donna, bambino, non puoi fare l’occupante, l’invasore. In quella terra sei sempre straniero, sei sempre forestiero.
  7. Non so se sbaglio. Ma ho l’idea che fosse questo ciò che Gesù intendeva nel dire “imparate da me che sono mite e umile di cuore”. Quando si ha a che fare con Dio e con l’uomo che è la sua immagine non è lecito imporsi, schiacciare con superiorità ed arroganza. Nessuno sarà mai convinto se ci metteremo davanti a lui urlando o brandendo la clava. “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”: allora chi vi incontrerà respirerà e troverà ristoro per la sua vita.

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