VII Domenica dopo Pentecoste 2021

  1. I testi di questa domenica sono ricchissimi e allora scusatemi se li sfiorerò soltanto, alla ricerca degli spunti più suggestivi e delle connessioni più convincenti. Il primo spunto riguarda il nome del condottiero che entra in scena dopo la morte di Mosè e che introdurrà Israele nella terra di Canaan e lo guiderà nelle prime fasi del suo insediarsi in mezzo ai popoli che abitavano quella regione. Si chiamava Giosuè, un nome che equivale a quello di Gesù, colui che ci condurrà verso un’altra Terra promessa, quella della sua risurrezione. E la cosa interessante, suggestiva, è che fin dagli inizi i primi cristiani si erano accorti che Giosuè e Gesù sono lo stesso nome, hanno in ebraico lo stesso significato: “Il Signore salva”. Giosuè e Gesù, dunque, la Terra Promessa. Certo, il racconto di un Dio che si è innamorato di un popolo schiavo ed oppresso e lo ha accompagnato verso una libertà, una terra, una autodeterminazione come popolo che scopre la sua identità, … è già motivo di stupore e di fascino. Ma capiamo subito tutti che non basta. Perchè questo popolo e non un altro? Perchè tanti altri popoli oppressi non hanno goduto di questo intervento divino? E poi perchè la liberazione di questo popolo ha dovuto coincidere con la sofferenza di altri popoli che dalla terra di Canaan furono estromessi, cacciati, sconfitti? Non avevano anche loro il diritto di stare in quei territori da sempre abitati? Come facciamo a dire “Parola di Dio” quando si racconta non tanto del miracolo del sole che si ferma, quanto della motivazione: “finchè il popolo non si vendichi dei suoi nemici”. Il racconto della prima lettura ha un tono epico (Dio combatteva con Israele), già, ma che colpa ne avevano quei soldati dell’esercito nemico di Israele, magari poveri contadini che per mandare a casa qualche soldo si erano arruolati…? E poi non avevano diritto di starci in quella terra i popoli che ci erano arrivati prima degli ebrei? Perchè ora se ne sarebbero dovuti andare?
    Questo per dire che non ci è lecito leggere la Parola di Dio come facevano gli inquisitori che condannarono Galileo Galilei, come un testo di astrofisica. Galileo aveva scritto che la Bibbia non ci insegna come va il cielo, ma come si va in cielo. Gli inquisitori che lo condannarono non erano uomini religiosi, ma fondamentalisti che leggevano la Bibbia senza distinguere il messaggio religioso del testo dal suo involucro culturale legato al tempo in cui fu scritto.
  2. Ma c’è un secondo spunto che le letture ci permettono di evidenziare a partire dal tema della “vittoria” presente anzitutto nella prima lettura. Di vittoria troviamo segno anche nella lettera di Paolo ai Romani. Anche in questo contesto una vittoria oltre ogni misura: dopo aver enumerato tutte le forze che ci possono contrastare nella vita, Paolo conclude: “Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati”. Abbiamo anche ascoltato le parole di Gesù nell’ultima sua cena, parole e preghiera. Le ultime parole ai discepoli, prima della preghiera, sono queste: “Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo”. E andava a morire! “Io ho vinto il mondo”. Come sempre c’è qualcosa da capire, c’è molto da capire.
  3. Già, perchè stiamo sfiorando paradossi, i paradossi del vangelo, tutto il vangelo è un paradosso. La vittoria di Gesù, a differenza delle vittorie umane, sta con la pace e non con la guerra, sta con la pace interiore e ha come effetto la pace del cuore. Ma soprattutto non ha nulla a che fare con la sete e la ricerca del dominio, del successo, dei privilegi. La vittoria è la croce, Gesù la vede stagliarsi sempre più vicina, vicinissima: sarà la sua vittoria sul mondo, sulla cattiva interpretazione, sia della vittoria, sia della gloria, perseguita dal mondo. “Regnavit a ligno Deus”: cantava la liturgia antica. “Dal legno, quello della croce, regnò Dio”. E affermando questo, noi attraversiamo tutto il paradosso di un Dio, che, diversamente da come insinuava il serpente delle origini, non è un Dio geloso del suo potere o invidioso della felicità delle sue creature. È un Dio che vince amando, amando sino all’estremo le sue creature. La storia di Gesù ce lo racconta. Paolo oggi ce lo ricordava, scrivendo: “Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?”. Dio vince con l’amore, donando, consegnando e consegnandosi.
  4. E noi? Noi come vinciamo? Come e quando ci sentiamo vincitori? Noi ci sentiamo vincitori, non perché dominiamo, non perché distruggiamo, non perché facciamo crociate, non perché esibiamo noi stessi, non perché alziamo muri o filo spinato. Non è in questo la nostra vittoria e non è in questo la nostra sicurezza. Non sta in questo la nostra forza. Se siamo fedeli al vangelo, la nostra vittoria, la nostra forza, la nostra sicurezza sta nell’alleanza – un legame assoluto – che Dio ha stretto con noi in Gesù, un legame che niente e nessuno potrà mai strappare. La nostra vittoria, la nostra forza, la nostra sicurezza sta nell’alleanza preferenziale con gli ultimi, con i poveri, con gli oppressi, con quelli che non contano.

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