VIII Domenica dopo Pentecoste 2021

  1. Dopo le pagine gloriose e piene di luce che la liturgia ci ha presentato le scorse domeniche (il Dio del roveto ardente, il Dio della vittoria sui nemici,…) questa volta la Parola di Dio ci riserva racconti umilianti:
    a. dal popolo che non aveva fatto in tempo ad insediarsi nella terra promessa da Dio e che questo Dio aveva abbandonato…
    b. a Giacomo e Giovanni che, dopo aver camminato con Gesù e ascoltato le sue parole e assistito al suo modo di fare, non si vergognano di cercare di fare le scarpe agli altri strappando la promessa di sedere alla destra e alla sinistra del suo regno.
    La domanda è spontanea: come fu possibile questa repentina retromarcia, questa deludente figuraccia? Come è possibile che nel nostro cammino di fede, malgrado la nostra assidua frequentazione alla vita della Chiesa ci ritroviamo a scoprire che non siamo migliori di coloro che in chiesa non ci mettono mai piede? Come mai dopo 2000 anni di cristianesimo le nostre popolazioni sono arrivate al punto di barricarsi così che non arrivi il grido lacerante della terra, e siamo arrivati al punto di erigere muri così che non ci disturbi la desolazione di creature che sono esseri umani come noi, il pianto di donne e bambini, la loro morte? Come è possibile che gli israeliti arrivassero a servire dei sconosciuti, che i discepoli arrivassero a sconfessare l’insegnamento del Maestro, che noi stessi arriviamo ad essere depredati in umanità?
  2. La risposta non è facile, ma il libro dei Giudici tenta una formula suggestiva: “non avevano conosciuto il Signore”. Appartenevano al popolo di Israele, la loro era la storia di un popolo di schiavi riscattato dal dominio oppressivo dell’Egitto, un popolo guidato nel deserto da personaggi come Mosè e condotto nella terra di Canaan da personaggi come Giosuè. Frequentavano i santuari, facevano le preghiere, ma “non avevano conosciuto il Signore”. La stessa cosa era capitata a Giacomo e Giovanni e agli altri discepoli: camminavano con Gesù, lo frequentavano, ma evidentemente non lo avevano conosciuto, non si erano lasciati contaminare dalle sue parole e dal suo modo di essere.
  3. Quando questo accade, cioè quando ci si dichiara cristiani, quando si sbandierano le appartenenze e i simboli della fede, ma non si conosce il Signore, il rischio è che anche nella Chiesa non emerge una differenza rispetto al mondo di fuori. In questi casi la liturgia ci autorizza a parlare non solo di un peccato di mondanità, di assimilazione alle logiche del mondo (“siete tutti uguali: politici, uomini di Chiesa, …”) ma addirittura di idolatria. Il libro dei Giudici che abbiamo letto come prima lettura parla di un momento in cui il popolo di Israele, dopo aver conquistato la terra di Canaan, invece di esprimere gratitudine al Dio che li aveva condotti dall’Egitto fino a quel punto, “si prostituivano ad altri dei”. Ma attenzione: per la Bibbia, prostituta e idolatra è un’autorità che vive il suo ruolo come dominio, come esibizione, nel culto della propria immagine e della propria gloria. Ciò che veniva rimproverato agli israeliti non era tanto l’andare ad adorare chissà quali idoli in chissà quali santuari: c’era di mezzo il modo di organizzare lo stato, di vivere l’autorità, di amministrare la giustizia. Lì bisognava far veder qualcosa di diverso, non nel modo di incensare un altare o di far vestire i propri sacerdoti. L’idolatria era un peccato sociale prima che un peccato religioso.
  4. Ma perché tutto questo non appaia troppo astratto, la liturgia di questa domenica ci presenta l’esempio di Paolo, il suo modo di essere portatore di una responsabilità, di una autorità, e insieme di riuscirlo a fare in spirito di servizio. Se Giacomo e Giovanni sono il racconto di una brutta figura, Paolo è la testimonianza di quel “tra voi però non è così”:
    a. “mai abbiamo usato parole di adulazione”: un’autorità che non è imbonitrice perché non deve vendere un prodotto ma testimoniare una differenza; “come un padre … abbiamo esortato, incoraggiato, scongiurato… come una madre siamo stati amorevoli in mezzo a voi”: un’autorità capace di seguire ad uno ad uno, non gli interessa la massa ma l’individuo
    b. “non abbiamo cercato la gloria umana”: l’autorità nella chiesa deve essere libera da questi condizionamenti di tipo elettoralistico; se di qualcuno va cercata la gloria, questi è Dio stesso: tutto il resto è superbia
    c. “il nostro duro lavoro e la nostra fatica”: l’autorità non deve essere motivo di privilegi e a nessuno dovrà mai venire il sospetto che a svolgere un servizio nella Chiesa ci si “guadagni”.
  5. È troppo auspicare che nella Chiesa e nello Stato l’autorità venga esercitata secondo queste caratteristiche e non secondo la logica del mondo?

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