XIII Domenica dopo Pentecoste 2021

  1. Fa specie che al vertice della preghiera più cara ai cristiani che è l’eucaristia, la chiesa fin da sempre abbia collocato una espressione che il vangelo attribuisce ad un soldato romano, straniero e pagano, che – preoccupato per la salute di un servo – non si vergogna di rivolgersi a quel rabbi di Galilea che probabilmente aveva sentito parlare nelle sue predicazioni attorno al lago di Tiberiade: “Signore, non sono degno che tu entri nella mia casa, ma dì soltanto una parola …”. D’altronde, lo stesso Gesù ne rimase colpito e ammirato se arrivò a proclamare: “neanche in Israele ho trovato una fede così grande”.
  2. In realtà non era la prima volta che stranieri ed eretici erano riusciti a conquistare il suo stupore e a trovare esaudimento alle proprie preghiere. Ricordate la donna cananea disperata per la salute della figlia che non si lascia scoraggiare nemmeno dalla iniziale freddezza di Gesù: “non è bene togliere il pane ai figli per darlo ai cagnolini …”. Ma ricordate anche che su dieci lebbrosi guariti, solo un samaritano eretico ebbe il coraggio di tornare a ringraziare. Come se Gesù stesso abbia avuto bisogno di essere salvato dal rischio di pensare che la fede in Dio non potesse abitare nei territori stranieri, in quanti non appartengono al popolo di Dio. Da questa tentazione Gesù si è salvato, ma non sempre questo è accaduto al popolo di Israele che invece ha spesso ceduto alla tentazione di “appropriarsi” di Dio, di sequestrarlo senza riconoscere che anche in assenza di una fede esplicita e segnata da una chiara appartenenza, nondimeno questa può essere preparata da alcuni atteggiamenti umani che possiamo riscontrare nel centurione del Vangelo.
  3. Ma facciamo un passo indietro. E’ vero che l’antico Israele si era mostrato molto refrattario verso il paganesimo. Eppure, non mancavano tracce di apertura, di sconfinamento, di riconoscimento che persino in mondi inimmaginabili potesse spuntare una piantina di fede. E’ quanto il libro delle Cronache azzarda nel riconoscere il re di Persia, Ciro, quasi come servo di Dio: sarà sotto il suo regno che gli ebrei esuli a Babilonia potranno ritornare alla loro terra con le risorse per cominciare a riedificare quel tempio di Gerusalemme che Nabuccodonosor aveva distrutto. Quasi ad anticipare la stessa generosità del centurione romano che viene sostenuto nella sua preghiera dagli anziani che rassicurano Gesù: “Non è dei nostri, e vero, ma è persona per bene e addirittura ci ha aiutato a costruire la sinagoga”.
  4. E allora, proviamo ad individuare nel centurione romano quegli atteggiamenti, quelle virtù molto umane che da un lato preparano alla fede, dall’altro è necessario che i credenti imparino a coltivare se non vogliono cadere nel formalismo religioso, tanto fumo e niente arrosto.
    a. Quel servo malato e morente il centurione “l’aveva molto caro”, denotando la capacità di superare lo schema gerarchico per cui i servi sono servi e i padroni padroni; forte questo centurione che le tenta tutte e non come la cananea per la sua bambina, ma per un dipendente, per un servo!
    b. Veniamo informati anche che aveva fatto costruire la sinagoga. Non so se noi cattolici di Sesto SG saremmo capaci di fare una raccolta fondi per aiutare la costruzione del centro culturale islamico … Ma quell’uomo era capace di mostrare una fede che sconfinava dalle restrizioni religiose. Amava un servo e amava un popolo che non era il suo.
    c. Ma non c’è dubbio che lo spiraglio attraverso cui Gesù percepì la fede del centurione furono quelle parole che gli mandò da lontano: “Signore, non sono degno …”. Ecco dove sta la fede: nella coscienza di una indegnità. Se non era andato direttamente da Gesù non era per darsi un contegno, per tirarsela, ma solo per il suo sentimento di indegnità. Non si sentiva un padreterno, come forse accadeva a non pochi della sua categoria. Ma la fede non è anzitutto sentirsi poveri davanti a Dio?
    d. “Di solo una parola …”. Certamente non aveva mai letto le Scritture, ma per dono dello Spirito che non conosce confini, con la sua anima onesta intuiva la presenza di un Dio che – secondo la Genesi – “disse: sia la luce e la luce fu”.
  5. E Gesù lo ammirò, ammirò il pagano. Non solo, lo innalzò a modello, lo fece salire in cattedra, la cattedra di coloro che non presumono della fede, anzi si sentono indegni. Per dire, da un lato, che noi credenti siamo invitati a dare fiducia alla parola del Signore, con la stessa intensità con cui quel centurione diede fiducia alla parola di Gesù; dall’altro, sembra di leggere nelle parole di Gesù un invito a sconfinare, a leggere come Gesù la fede dei lontani, dei non appartenenti.
  6. Senza voler forzare oltremodo o violare la sua coscienza, perché non applicare tutto questo al nostro ex concittadino Gino Strada che si dichiarava ateo, che non si considerava membro della chiesa, ma che dal modo di operare – certamente derivato anche dalla formazione ricevuta in questa parrocchia – forse potremmo definire, come qualcuno ha fatto, un “ateo credente”. Potremmo così immaginarlo presente non solo nel cuore di chi lo ha conosciuto e stimato, ma nelle stesse braccia di Dio.

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