Fu vera festa?

Fu vera festa?

Diventare fratelli, nel rispetto delle regole e delle differenze di ciascuno

Quando la notte dell’11 luglio scorso la nazionale italiana di calcio sconfisse quella inglese nello stadio di Wembley a Londra, si “scatenò” una liturgia celebrativa che mi ha portato a rievocare quanto accadde negli stessi giorni del 1982, dopo la vittoria della coppa del mondo. Anche allora le celebrazioni furono tali e tante da ingenerare qualche dubbio circa l’autenticità di un certo modo di festeggiare, di mettere a tema la necessità di imparare a trarre il giusto insegnamento da una bella vittoria capace di coinvolgere un po’ tutto il Paese. È vero, bisogna sapere perdere – cosa che non mi sembra sia stata capace di fare la nazionale inglese – ma direi che è altrettanto necessario imparare a vincere. E per esemplificare potrei fermarmi alle manifestazioni di dubbio gusto cui abbiamo assistito. Alle forme stupide e violente come l’uso di veri e propri ordigni che hanno causato in piazza Duomo seri feriti. Forme stupide che hanno determinato un serio danno al portale centrale della nostra Basilica da poco restaurato. Forme criminali che hanno utilizzato la copertura dei festeggiamenti per uccidere – a San Severo di Puglia – un pregiudicato, colpendo all’addome anche il nipotino di sei anni. A questo aggiungerei tutta la mia perplessità per la superficialità con cui non si sono rispettate le norme di distanziamento a causa della pandemia, dallo stadio di Wembley alle vie di Roma lungo le quali è passato il bus scoperto dei nostri calciatori. Superficialità per cui stiamo pagando il prezzo con l’impennata dei contagi di queste ultime settimane.

Potrei fermarmi qui, ma vorrei andare più a fondo per smascherare una certa retorica che – specie in queste circostanze – ci fa cantare a squarciagola l’inno di Mameli, senza sentire come provocatorie e cariche di responsabilità almeno alcune delle parole che in quel canto si pronunciano.

Anzitutto l’incipit che dà il titolo al nostro inno nazionale: “Fratelli d’Italia”. Già, “fratelli” parola maledettamente impegnativa dal momento che la fraternità non è un dato di natura, quanto piuttosto il frutto di una precisa volontà. Dobbiamo volere diventare fratelli, nel rispetto delle differenze di ciascuno, eppure capaci di riconoscere che c’è un “bene comune” da perseguire, anche a costo di passare sopra a legittime rivendicazioni. Chiediamoci: quanto, una vittoria come quella dell’11 luglio, può diventare stimolo al superamento dei nostri particolarismi e a far crescere un più preciso sentimento di unità nazionale?

Infine, l’espressione conclusiva “siam pronti alla morte”. Tanto il concetto di fraternità è affascinante, quanto questa conclusione dell’inno ci deve mettere un po’ a disagio. Ma davvero “siam pronti alla morte” nella nostra esperienza di italiani per il bene della nazione? Mi sentirei di dire che forse non dobbiamo pretendere così tanto, ma che quella disponibilità … a morire si esprime in atteggiamenti certo faticosi, ma certamente benefici per la collettività. Non si costruisce una “fraternità” senza la rinuncia ai propri particolarismi, ai propri punti di vista pensati come irrinunciabili. Quando vedo i calciatori – ma non solo loro – gridare “siam pronti alla morte” mi viene spontanea una domanda: ma tu le tasse le paghi? Già, perché se questa “prontezza” non tocca il portafoglio allora è solo retorica, ipocrita e pericolosa. Forza azzurri, viva l’Italia, ma perché sia vera festa non accontentiamoci di petardi e caroselli di auto. Cresciamo nel rispetto di quelle regole senza le quali qualsiasi socialità, qualsiasi gioco di squadra sarebbe semplicemente impossibile

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