IV Domenica dopo il martirio di San Giovanni il precursore 2021

  1. Le letture di questa domenica manifestano una conspevolezza: noi cristiani abbiamo cose straordinarie da dire al mondo a proposito di un Dio che non è solo il creatore benevolo che ha affidato agli uomini questo giardino perchè lo custodiscano, lo curino e ne traggano alimento – cioè il necessario per una vita bella e dignitosa – per tutti e per ciascuno. Ma neppure solo un Dio che è disceso dal suo paradiso, come affermava il vangelo di domenica scorsa. In realtà, il Dio di cui ci parla la Scrittura e in particolare i brani di questa domenica, è un Dio che scende per farsi conoscere e per questo invita l’uomo alla sua tavola. Un Dio che vuole condividere con l’uomo ciò che lui è, perché mangiare assieme non è solo riempirsi lo stomaco, ma scambiarsi un po’ la vita. Un Dio che si definisce cibo per l’uomo, che si dà da mangiare per rendersi suo nutrimento. Ma quale religione al mondo ha mai azzardato una cosa di questo genere?
  2. Solo l’abitudine a queste pagine giustifica il fatto che nel riascoltarle non proviamo alcuno scandalo, alcun fastidio, alcun fremito. In particolare è la pagina del Vangelo che si pone come provocazione. Che cosa significa mangiare la carne di Gesù, bere il suo sangue per avere la vita? che cosa significa il “pane disceso dal cielo”? Educati dal catechismo della nostra prima comunione siamo pronti a rispondere che si deve fare la comunione ogni domenica per poi guadagnare il paradiso. Ma ormai intuiamo che la nostra sensibilità moderna richiede un altro tipo di linguaggio. Che proverei a esprimere così…
  3. Carne e sangue di Gesù significano la sua vita, la sua umanità, il suo modo di condividere la vita dell’uomo, lui che veniva dal Padre per mostrare il volto di un Dio desideroso di dare all’uomo una vita diversa, più bella, … Si è definito come “pane disceso dal cielo” per marcare questa differenza: se nell’AT Dio aveva nutrito il suo popolo anche in modo miracoloso (pensate alla manna, pensate ad Elia di cui ci parla la prima lettura), con la venuta di Gesù è Dio stesso che si dà da mangiare. Ma appunto, che significa “mangiare Dio” se non farlo diventare ciò che ci tiene in vita, ciò che ci dà la vita. Con una differenza: che se normalmente il cibo che mangiamo viene trasformato in sostanza che alimenta il nostro organismo, “mangiare Dio” significa diventare un po’ come lui, acquisire il suo pensiero, il suo stile, il suo modo di essere uomo, come Gesù.
  4. Dunque, “mangiare Dio” è mangiare Gesù, cioè il mistero di un Dio che si è abbassato, che ha voluto essere solidale anche con l’uomo che non se lo meritava. Un Dio che ha dimostrato questa solidarietà con una cura, con un prendersi cura che a furia di nutrirci di lui non può non entrare nelle fibre del nostro essere. Dio non è diventato uomo e basta: lo è diventato come colui che curava, che si prendeva cura, che custodiva, si prendeva in carico, toccava, fasciava, dedicava attenzione, …Ricordate quando si fermava a cogliere il grido del cieco nato o del lebbroso o della cananea che lo rincorrevano per strada, o quando cercava di incrociare lo sguardo dell’emorroissa in mezzo alla calca, o quando soccorreva il paralitico sempre da tutti emarginato presso la fonte di Betzaetà.
  5. Ecco allora il profondo cambiamento operato da Gesù rispetto all’AT. Non siamo solo nutriti da Dio; Dio non ci ha solo dato il buon esempio. Si è fatto mangiare da noi per portarci a pensare e a vivere come lui. Applicate questo al grande tema del nutrire l’umanità, al tema della fame nel mondo. Quando smettiamo di considerare il nostro cibo, la nostra ricchezza come proprietà privata di cui godere in modo egoistico, quando il cibo diviene Eucaristia, pane donato, spezzato e condiviso, si superano i paradossi e l’utopia diventa realtà: il cibo non manca per nessuno, tutti possono mangiare a sazietà, e la casa comune si riempie di gioia.
  6. Da oggi a domenica prossima vivremo la festa della comunità, la ripresa delle attività dell’oratorio, l’incontro coi sacerdoti passati da Santo Stefano, l’accoglienza di don Alberto, neo diacono. A che serve tutto questo, a che serve una parrocchia? Ad insegnarci a vivere così, a nutrirci di Dio per farci un po’ magiare da chi ci sta attorno. E stiamone certi, anche la nostra parrocchia diventerà un anticipo di paradiso.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Potresti leggere anche: