Rimettiamoci in gioco

Rimettiamoci in gioco

Tutti insieme con entusiasmo rinnovato

Abbiamo intitolato con queste parole gli orientamenti pastorali per questo nuovo anno. Il secondo al tempo della pandemia che iniziamo con la speranza di poter vedere un po’ di luce alla fine del tunnel. Ma una speranza coi piedi per terra, non velleitaria e irresponsabile. Il virus continua a circolare e le misure di sicurezza continueremo a mantenerle con serietà.

Se lo scorso anno per qualche settimana siamo stati “chiusi per Covid”, in realtà non abbiamo mai smesso di giocare a questo gioco cui il Signore Gesù ci ha chiamati e coinvolti. Il gioco di conoscerLo, di farLo conoscere, di rendere questo mondo un po’ più umano e ricco di opportunità per tutti, nessuno escluso. Un mondo bisognoso di sapere che questa vita che ci è dato di vivere potrebbe essere vissuta meglio. Certo, nessuno ci toglierà mai ansie e preoccupazioni, disgrazie e delusioni, ma il mondo deve sapere che anche questi aspetti negativi possono essere affrontati diversamente e meglio.

Ecco perché esiste una parrocchia: perché quanti credono in Gesù ed abitano un certo territorio sentano il desiderio e un po’ l’obbligo di far vedere che chi si lascia attrarre dal Signore Gesù finisce per edificare un modo bello di stare insieme e di condividere qualcosa della vita. 

Una frase attribuita a Ghandi e ripresa in un canto scout degli anni ’80 diceva: “Il fine è nel mezzo, come il grano è nel seme”. E mi piace pensare alla parrocchia come un “mezzo”, uno strumento certamente fragile, segnato a volte da meschinità e rivalità, ma insieme capace di anticipare il “fine” ultimo della nostra esistenza, una vita di festosa comunione tra diversi che però si parlano, si ascoltano, si stimano e si perdonano. Il gioco nel quale ributtarci con entusiasmo non può accontentarsi di promettere agli uomini e alle donne del proprio tempo un “dopo”. Sarà necessario mostrare che quel “dopo” non è un’illusione dal momento che può essere anticipato, fatto intravedere dentro relazioni non idilliache, ma comunque belle. Che, certo, le spighe di “grano” ci attendono al termine della stagione, ma che nel frattempo il “seme” messo nella terra ha già dentro di sé qualcosa di miracoloso.

Non sappiamo ciò che ci riserverà il futuro. Certo, tutti auspichiamo che si possa tornare ad una qualche “normalità”, ma l’esperienza della pandemia non può non lasciarci in eredità la lucida consapevolezza che il Covid è stato un formidabile acceleratore di processi di cambiamento delle nostre comunità cristiane già in atto da tempo. Un parroco ha scritto recentemente che «è un tempo, il nostro, che ci chiede una fede enorme. Forse ci domanda – questo tempo – di tornare a credere in Dio (!) e non nelle nostre capacità, nei nostri mezzi o strutture che abbiamo creato in secoli di “Chiesa militante”».

Ecco, siamo chiamati a proseguire il cammino nella certezza che Qualcuno è lì sulla nostra barca sballottata dalle onde, nella certezza che Dio sta preparando il suo e il nostro giorno, sta preparando un futuro che già ora esiste, anche se nascosto nel segreto di Dio: un appuntamento per il quale Lui sta lavorando, insieme a noi. Il cammino verso la croce, il cammino di Gesù ci dice che quel che conta non è che le cose vadano bene, ma che le si viva con fedeltà. Quando siamo fedeli, Dio è con noi, anche quando la vita, le circostanze, sembrano essere contro di noi.

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