Domenica III di Avvento 2021

Rimettiamoci in gioco per una chiesa UNITA …
… nel prendersi cura dei poveri

  1. Si parla di “profezie adempiute” nel titolo di questa terza domenica di avvento, ma a leggere le letture non ci sono dubbi che il modo con cui il Dio della Bibbia ha tenuto fede alle sue promesse sia stato quanto meno paradossale, per non dire scandaloso. A pensarci bene, Gesù nel vangelo di oggi proclama un’altra beatitudine: “beato colui che non trova in me motivo di scandalo” e possiamo individuare in questo scandalo di Dio, in questo Dio scandaloso, il filo rosso che collega le tre letture ascoltate. “Scandalo” viene dal greco e si può tradurre con “inciampo”: un Dio scandaloso perchè non ragiona e non agisce come ci verrebbe spontaneamente di pensare e dunque un Dio che ci fa inciampare rispetto a quello che pensiamo essere un cammino di fede e che ci mette in guardia; se continui a pensarla in questo modo quella che chiami fede in realtà è qualcosa d’altro: cambia testa, cambia mentalità, cerca di capire come ragiona Dio…
  2. E allora ecco il primo scandalo di cui ci parlano le letture. Quello che appare dal libro di Isaia che scrive verso la fine di quel periodo buio che sarà l’esilio a Babilonia (quello cantato dal Va’ pensiero). Ebbene, quella stagione di umiliazione e schiavitù stava per finire, ma ad opera di un re pagano, Ciro, imperatore dei persiani. Anche chi non conosce Dio può diventare – senza saperlo – suo strumento, suo collaboratore. E questo spesso ci disturba, ci rende un po’ gelosi. Gli ebrei fecero fatica a riconoscere che Dio non era solo il Dio degli ebrei, che non era ebreo, che amava inspiegabilmente – v. la prima lettura di domenica scorsa – persino l’Egitto e l’Assiria, nemici del popolo di Israele. Un Dio che è al di sopra delle nostre classificazioni, più grande dei nostri steccati. A questo Dio Isaia rivolge quella invocazione struggente che è diventata uno straordinario inno del canto gregoriano: “Stillate, cieli dall’alto e le nubi facciano piovere la giustizia…” su tutta la terra, su ogni essere umano, perchè la salvezza e la giustizia crescano in ogni angolo della terra, in ogni cuore, senza esclusioni, senza privilegi.
  3. Ma anche il brano del Vangelo di Luca porta con sè una dimensione scandalosa rappresentata dalla domanda di Giovanni il Battista, che peraltro era stato il primo a indicare Gesù come “l’agnello di Dio”: “sei tu colui che deve venire o ne dobbiamo aspettare un altro?”. Fa specie che l’uomo tutto d’un pezzo, l’uomo del deserto, l’uomo dell’essenzialità di domenica scorsa, colui che lo stesso Gesù nella pagina di oggi definisce “più che un profeta … il mio messaggero” finisca per vivere una tale incertezza. D’altronde non dimentichiamo che Giovanni era prigioniero e che sentiva avvicinarsi la morte e dunque la domanda sul che cosa fosse servita la sua vita, il dubbio di aver sbagliato strada e vocazione, il sospetto che forse con quel suo cugino rabbi che veniva da Nazaret si era sbagliato, … erano pienamente giustificati. Insomma, come poteva Gesù tollerare che proprio uno dei suoi più fedeli servitori fosse trattato come un qualsiasi delinquente in balia di quel vizioso e corrotto di un Erode? Di che razza di Dio stava parlando Gesù se non esercitava il suo potere contro il male incarnato da Erode? Non doveva essere lui a liberare il popolo da ogni forma di oppressione?
  4. Ma forse lo scandalo riguardava anche la tenerezza, la cura scelta come la priorità della missione del messia. Alla domanda del Battista “Sei tu o ne aspettiamo o un altro?” Gesù rimanda ai gesti della tenerezza. E questo fa problema perché si pensa che a cambiare persone e situazioni serva una grinta ben diversa. Lo si pensa anche oggi. Passate in rassegna i toni che nei dibattiti, a ogni livello, si usano oggi. Ma che cosa credi? Di cambiare il mondo con la tenerezza, curandoti degli altri? Ma dove vivi? Alza il tono, urla. E noi? Penso che sarebbe prezioso passare in rassegna ogni ambito della nostra vita, da quello dei miei rapporti personali, a quello della famiglia, a quello della professione, a quello del condominio, della città, del mio paese, delle nazioni, per sorprendere quali possibilità di presenza e di azione io conceda alla dimensione del prendersi cura. Magari non di guarire, ma di curare. “Quando avviene questo” – sembra dire Gesù – “allora si sconfigge il virus dell’indifferenza, quando ci si prende cura della vita degli umani, della loro voglia di vivere e di essere felici, quando avviene questo, avviene il regno di Dio”. Anche tu, dunque, dà forma alla cura, dà forma al regno di Dio. Ma siccome è difficile, allora capite il perché dello slogan di questa domenica: rimettiamoci in gioco per una chiesa unita nel prendersi cura dei poveri.
  5. Dunque, questa domenica parla delle profezie adempiute, ma anche di un modo scandaloso di adempierle da parte di Dio. E così si parla della necessità di cambiare testa nel modo di pensare a Dio. Dovettero farlo gli ebrei schiavi a Babilonia ed accettare che la liberazione sarebbe venuta da un re pagano come Ciro. Dovette farlo Giovanni Battista ed accettare che la potenza di Dio non si manifesta nel liberarci magicamente dal male, ma attraverso i gesti di chi si china sulla debolezza, sulla fragilità, sulle sofferenze, sui drammi della condizione umana.

Ecco lo scandalo di Dio e Gesù chiederà agli inviati di Giovanni di raccontare al cugino ciò che avevano visto: “i ciechi riacquistano la vista, … ai poveri è annunciata la buona novella”.

Giovanni era il più grande tra i nati da donna, ma doveva ancora capire che “il più piccolo nel Regno di Dio è più grande di lui”. E che quel “più piccolo” era proprio Gesù…

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