Domenica V di Avvento 2021

Rimettiamoci in gioco per una chiesa UNITA …
per prolungare la missione del precursore

  1. Dopo avere per un attimo fissato lo sguardo su Maria, ecco che l’attenzione ritorna – per l’ultima volta – su Giovanni, il precursore, il vero educatore. L’abbiamo già detto nelle scorse domeniche: l’avvento parla della venuta di Dio nella storia, di colui che “viene dall’alto … dal cielo”, ma che paradossalmente ha bisogno di qualcuno che gli prepari il terreno. Non perché voglia essere corteggiato, ma perché nessuno dica che il nostro è un Dio che si impone, che ci tratta da burattini senza responsabilità e senza cervello.
  2. Con Maria – senza la quale forse le cose non sarebbero andate allo stesso modo, senza il suo “sì”, senza la messa in gioco della sua libertà – Giovanni è l’uomo che attraverso la sua predicazione, i suoi gesti, il suo modo di porsi doveva preparare la strada al Dio-Parola che si faceva carne. Compito straordinario, da fare tremare le vene ai polsi, ma che esercitò nell’assoluto rispetto dei ruoli: “Non sono io il Cristo, non sono io lo Sposo: sono l’amico dello Sposo, incaricato di preparare tutto perché le nozze si celebrino”. Giovanni, l’uomo che doveva far scattare la voglia di desiderare l’incontro con un Dio-Sposo che veniva non per punire l’uomo per le sue malefatte, ma per instaurare con l’uomo la relazione più intima che si possa immaginare: quella tra uno sposo e una sposa, tra due fidanzati, tra due morosi.
  3. In questo Giovanni fu straordinario: poteva approfittarsene, ma fu un modello rispetto a ciò che significa essere un educatore: colui che tira grandi, ma poi indirizza non a sé lo sguardo dei discepoli, ma a chi è più grande, a chi viene dall’alto. Andate per un attimo alla prima pagina del foglietto e guardate la riproduzione dell’opera di questo autore di nome Grünewald che rappresenta Giovanni nel gesto di indicare Gesù: Giovanni è quel dito indice, Giovanni è tutto in quel gesto. Per questo Giovanni è un vero educatore, perché indica il vero Maestro. Un educatore per essere vero deve in una certa misura rendersi progressivamente inutile e sconfiggere la tentazione di creare nei figli, negli alunni, nei parrocchiani, … la propria immagine. Non è compito dell’educatore produrre fotocopie di sé, ma essere contento di aiutare ognuno a scoprire la propria strada. Dunque, educatori, non seduttori.
  1. Ma attenzione: senza cadere nel rischio di un’educazione “neutra”, in nome del “quando sarà grande deciderà da solo”. Voglio dire che Giovanni è un educatore straordinario perché intanto ci ha messo la faccia, si è coinvolto in quel compito che Dio gli aveva affidato, possiamo dire che ci ha messo la testa, … senza mai sostituirsi al vero protagonista, a “colui che viene dall’alto”. Insieme, possiamo dire che è grande perché nella sua azione educativa ha comunicato ciò in cui credeva, ciò che era bene e ciò che non lo era. Un educatore vero non può esimersi di dichiarare quali sono i valori che animano la sua vita, che orientano i suoi passi, accettando il rischio che i suoi discepoli possano un giorno prendere altre strade. Non basta generare fisicamente dei figli: bisogna mostrare loro ciò che conta veramente nella vita. Non basta chiedere il battesimo: bisogna che giorno dopo giorno i nostri piccoli vedano in papà e mamma una fede vissuta, praticata, approfondita.
  2. E allora vorrei concludere facendo notare come sia maledettamente attuale la provocazione di Giovanni in una stagione, la nostra, in cui domina una malattia dello spirito e che potremmo definire l’idolatria dei capi, l’ubriacatura delle appartenenze. È un virus da sempre presente ad es. in ambito politico dove l’esaltazione personalistica ci ha portati in questi decenni a vedere abbinato al simbolo di un partito anche il nome del leader, quasi che tutto il partito si riassumesse nel leader, che tutto dipendesse solo da lui, che gli altri fossero solo comparse. 

E se anche solo a livello politico questa forma di fanatismo è deleteria e diseducativa, immaginiamo le disgrazie che può portare quando la si vive a livello di Chiesa, che esiste solo perchè Gesù sia conosciuto, solo perchè la gente si orienti a Dio. Disgrazie che traspaiono nel racconto del Vangelo di oggi, laddove i seguaci del Battista si lamentano per la gente che accorreva a Gesù. Ecco una delle maggiori disgrazie che la Chiesa vive da sempre: quella della concorrenza che ti fa perdere di vista che a noi deve interessare solo che la gente abbia un sussulto del cuore, della mente, dello spirito; che la gente si apra a Dio. E invece il problema che ci divora è che l’altro gruppo diventa più numeroso del nostro, che il loro leader ha più fama e consensi del nostro, che fa più proseliti del nostro. Dio sparisce: al suo posto c’è il leader, c’è il movimento, c’è l’istituzione. 

Che l’intercessione e l’esempio di Giovanni il Precursore ci salvi da questa disgrazia.

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