Penultima domenica dopo l’Epifania 2022 – della divina clemenza

  1. Mi piace il modo in cui comincia il Vangelo di questa domenica: “uscì di nuovo lungo il mare e tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava loro”. “Uscì di nuovo”, quasi che l’uscire di Gesù fosse una sua stabile caratteristica. In fondo Gesù era venuto a parlarci di un Dio in uscita. In uscita anzitutto dal suo paradiso per venirci incontro visto che noi con tutta la nostra buona volontà non saremmo mai riusciti a raggiungerlo. E ricordate che questo verbo uscire ritorna tante volte: uscì il contadino a seminare, uscì il pastore a cercare la pecora che si era persa, uscì il padre del figliol prodigo per andargli incontro e per cercare di convincere l’altro figlio ad entrare alla festa… Ecco, il Dio di Gesù è un Dio fuori di casa e invece, quante volte abbiamo organizzato le nostre parrocchie col pensiero che se qualcuno è interessato alla fede allora che venga nelle nostre chiese, alle nostre funzioni, incontri. C’è voluto un Papa argentino per arrivare a parlare di una “chiesa in uscita”.
  2. Dunque “uscì di nuovo lungo il mare”, già, ma da dove usciva? Dalla casa di Cafarnao, dove avevano dovuto scoperchiare il tetto per portargli un paralitico, dove poi gli scribi gli avevano istruito un mezzo processo, perché aveva osato dire al paralitico: “Ti sono perdonati i peccati”. E ora esce lungo il mare. Esce da quella casa dove aveva respirato ristrettezza di visioni, dove negli occhi degli oppositori aveva visto l’immagine di una religione che giudica e condanna, incapaci di aprirsi a una immagine nuova, nuova e antica, della fede, quella di un Dio di misericordia. Li porta verso il mare, come ci fosse da fare una traversata, un nuovo esodo, verso un’altra terra, verso un altro modo di pensare Dio, l’umanità, la religione. Una religione non più inaridita in una serie di precetti che soffocano la persona, la persona e la vita. “Andiamo” sembra dire “verso un modo di pensare in grande e non nella ristrettezza. Usciamo”. “Uscì di nuovo” è scritto “in direzione del mare”.
  3. “Uscì … e passando vide Levi, il figlio di Alfeo, al banco delle imposte e gli disse: Seguimi”. Ecco Gesù è arrivato a un’altra terra, a un banco di imposte, a Levi, terra impura. Ma chi mai tra i rabbi del tempo, si sarebbe permesso di aggregare tra i suoi discepoli uno come quello? Uno della corporazione degli esattori di tasse, professione disonesta, collaborazionisti dei romani, considerati peccatori pubblici, di religione ebraica, sì, ma non credenti.
    Ed ecco una parola: “Seguimi”. “Ed egli si alzò e lo seguì”. Bastò, pensate, una parola! Ed invece per noi, per me … altro che una parola!
    Tante volte mi sono chiesto come mai, per Levi, “detto fatto”? Mi sono chiesto che cosa mai l’avesse stregato. Non sarà che a colpirlo e ad affascinarlo, a sorprenderlo sia stato il fatto che nessun rabbi al mondo avrebbe mai chiamato uno della sua specie? Gesù invece sì. C’era da andargli dietro. Forse negli altri rabbi lui, Levi, aveva sempre incrociato occhi bui, duri, di giudizio sprezzante in cui non c’era posto per lui. Qui c’era posto. Negli occhi del rabbi che veniva da Nazaret, c’era posto. E bastava questo per risvegliarlo. Bastava la misericordia per rialzarlo e metterlo in cammino.
  4. Il racconto non finisce a questo punto, ma ci informa dove finirono, Gesù e Levi, in quel giorno. Finirono in una casa, a tavola. Ripetuto nel breve brano due volte, quasi a sottolineare quello stare a tavola: “Mentre stava a tavola in casa di lui, anche molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù e i suoi discepoli”. E dovevano essere una gran bella tavolata se Marco ci tiene a sottolineare che erano molti quelli che seguivano Gesù. “Bel risultato di una conversione” – avranno detto forse alcuni – “portali in sinagoga o, se vuoi proprio andare a casa loro, entra e fa’ una catechesi, fa’, che so io, un’omelia, una predicazione. E poi, se proprio vuoi entrare in casa e stare con quella gente, almeno precisa le cose, fa chiarezza, dichiara la distanza”. Niente di tutto questo, solo un grande banchetto, non spiega la legge, non precisa le distanze. Ed ecco subito si accende la critica degli scribi dei farisei, la critica degli osservanti, che mettono sotto pressione i suoi discepoli: “Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?” Come dicessero: “Ma dove siamo? Metta in chiaro la distanza”.
  5. E Gesù la dichiara la distanza: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati: Io non sono venuto per chiamare i giusti ma i peccatori”. Distante da coloro che pensano, presumono di essere sani, di essere giusti. Vicino a chi sa di essere nella compagnia dei malati e dei peccatori.
  6. Va bene, ma allora qual’è la terapia per i malati e peccatori? Un pranzo, una cena, la festa di un banchetto. Una terapia poco considerata dalle nostre strategie pastorali che non sanno più che cosa inventare per la cosiddetta “conquista” dei cosiddetti lontani o anche solo per “riportare” in chiesa quanti se ne sono allontanati (prima e dopo la pandemia). Dico “cosiddetti” lontani, perché questo vangelo rivoluziona non solo l’immagine di Dio, della religione, ma anche dei lontani. Una terapia per peccatori e lontani o malati, che non è fatta di divieti e di dichiarazioni, ma consiste nello stare a tavola, terapia dimenticata: a tavola dove, a distanza d’occhi, puoi cogliere lo sguardo di un Dio che non ti incenerisce, uno sguardo nel quale – come da una fessura – ti accorgi della fiducia, della stima che ha per te. Della speranza per il tuo futuro, che abita lo sguardo del tuo Signore, “venuto nel mondo” scriveva oggi Paolo “per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io”. Anche oggi, pensate, con la stessa terapia. Tra poco starà a mensa con me. Che sono il primo dei peccatori. Torniamo a casa oggi con un grande e rinnovato stupore nel cuore.

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