V Domenica dopo l’Epifania 2022

  1. Un racconto che parla di due azzardi. Quello del centurione – romano e pagano, non dimentichiamolo – che osa rivolgersi ad un rabbi ebreo che avrebbe potuto mandarlo al diavolo. Ma un centurione evidentemente disperato ed affezionato al proprio servo se arriva con quella preghiera accorata direttamente a Gesù: “Signore, il mio servo è in casa, a letto, paralizzato e soffre terribilmente”. Primo azzardo.
    Ma poi c’è l’azzardo di Gesù che non interpone nemmeno un minuto di esitazione. “Nella casa di un pagano?”: gli avrebbe potuto obiettare qualcuno. E lui, subito: “Verrò e lo guarirò”.
  2. Davanti a questa immediatezza di Gesù, il centurione entra in dialogo. Dapprima con una sua confessione di indegnità e in seguito con l’evocazione della potenza della parola: 
    “Signore, io non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e il mio servo sarà guarito”. 
    “Signore, io non sono degno”. Pensate, un modo di sentire umile, confessato apertamente da lui, centurione, davanti a tutti: “Non sono degno”. Un’espressione, questa, che raramente oggi sentiamo nell’aria, sembra andata in esilio. In una stagione come la nostra in cui a prevalere sono ben altre parole, ben altri sentimenti: “Lei non sa chi sono io…Tu non sai chi sono io!… Non c’è dubbio che a decidere debba essere io… e chi più di me?”. Un “io” delirante. Il mio “io” delirante! L’umiltà è andata in esilio. 
    Ebbene il centurione, innominato nel vangelo, mai a poi mai avrebbe immaginato che quelle sue parole avrebbero attraversato i secoli e le avrebbero fatte proprie coloro che si accostano all’eucaristia in tutto il mondo. Anche in questa messa, sull’onda della preghiera del centurione di Cafarnao, poco prima di ricevere il pane del Signore, tutti, dal primo all’ultimo, confesseremo apertamente la nostra indegnità. Diremo: “Signore non sono degno di partecipare alla tua mensa, ma di’ una sola parola e io sarò salvato”. 
    Di quante cose non siamo degni e ce lo dimentichiamo! Quante cose di cui essere grati!
  1. Al riconoscimento della sua umiltà il centurione aggiunge un altro riconoscimento, quello della forza della Parola di Gesù. Il romano non aveva forse mai letto le Scritture Sacre, ma, per dono dello Spirito che supera monti e confini, con la sua anima onesta aveva forse intuito che le parole di Gesù non fossero parole vuote, chiacchiere, slogan elettorali capaci di parlare alla pancia della gente, ma fondamentalmente slogan da bar. E fu così che di fronte alle parole del centurione Gesù stesso provò – è scritto – meraviglia. Ammirò la fede del pagano. E disse parole che davano le vertigini. Devono essere rimbombate come un tuono in coloro che pretendevano di essere i depositari della fede. Disse, dando forza alle parole: “In verità io vi dico, in Israele non ho trovato in nessuno una fede così grande!”. Voi mi capite li metteva tutti in fila e al primo posto il pagano! Lo innalzò a modello. Per la sua fede grande! E ne aveva visti, ma uno con una fede così grande mai. 
  1. Da un lato sembra di leggere, nel nostro racconto, un appello a dare fiducia alla Parola del Signore. Con la stessa intensità con cui diede fiducia alla parola di Gesù quel centurione. Dall’altro sembra di leggere nelle parole di Gesù l’invito a un’arte che lui aveva e che noi in parte abbiamo disattesa. Noi siamo stati educati a pensare che la fede la si debba trasmettere, ed è vero. Ma poco – oserei dire molto poco – siamo stati educati all’arte di scoprire, come faceva Gesù, la fede in quelli che non appartengono al nostro territorio, al nostro giro, al nostro mondo. La fede di quelli che chiamiamo lontani, la fede dei non appartenenti.
    Oggi vorrei pregare Gesù con voi perché Gesù ci insegni questa sua arte: occhi che sanno scoprire le tracce della fede nei cuori e nella vita di quanti mai immagineremmo di chiamare con il nome di “credenti”.

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