VI Domenica dopo l’Epifania 2022

  1. Domenica scorsa si trattava di un centurione romano ad essere lodato per la sua fede. Anzi, per una fede che Gesù non aveva trovato in tutto Israele. Oggi, a ricevere i complimenti da parte di Gesù è un samaritano, lebbroso guarito, straniero disprezzato perché appartenente ad un popolo eretico, eppure l’unico di dieci lebbrosi risanati capace di sentire il dovere di tornare a dire grazie.
    Non ne abbiano a male quanti guardano ancora al mondo degli stranieri con occhi di sospetto e ripetono come un disco rotto “prima i nostri, prima gli italiani, …”. Non ne abbiano a male, ma è la Parola di Dio a costringerci a cambiare sguardo nei confronti del mondo degli stranieri. Una Parola che già dai lontani tempi del profeta Isaia ricordava che “anche gli stranieri li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia … perché la mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli”.
  2. La tentazione di sequestrare Dio e farlo diventare solo “nostro” è come un virus che ha attraversato i millenni. Un Dio solo nostro sarebbe molto comodo, perchè non ci dovremmo sentire in dovere verso gli altri, i diversi, gli estranei. Ma se Dio comincia a dire che è il Dio di tutti, che addirittura è Padre di tutti e che dobbiamo guardarci e comportarci come fratelli, … allora le cose cambiano e si fanno difficili, perché ne vengono doveri di solidarietà, di attenzione, di condivisione delle risorse. Se addirittura nei racconti del Vangelo Gesù non perde occasione per far fare bella figura agli stranieri (dai Magi al centurione, dal lebbroso samaritano al soldato che sotto la croce lo riconosce figlio di Dio, …), allora comincia a venirci il sospetto che il cristianesimo non sia proprio quella cosa facile e un po’ comoda che per anni abbiamo pensato. Un insieme di bei sentimenti, una scusa per fare delle belle feste coi bambini, coi parenti… Il cristianesimo, una affascinante ed insieme inaspettata, difficile prospettiva da cui guardare al mondo, faticosissima, certo, ma la sola capace di sovvertire un mondo ingiusto, corrotto e violento e triste.
  3. C’è poi una riflessione che il racconto del Vangelo ci offre e riguarda la differenza tra “essere guarito” ed “essere salvato”. Guariti in dieci dalla lebbra, ma solo allo straniero che torna a ringraziare Gesù dice “và, la tua fede ti ha salvato”. Per dire che si può essere stati miracolati, si può essere sani come pesci, benestanti, ma non essere dei salvati. I nove incrociarono Gesù e tutto tornò come prima. Solo per lo straniero dopo l’incontro con Gesù nulla fu più come prima. A illuminare la vita e la morte, la malattia e la festa, l’amore e l’amicizia, la famiglia e la società … c’era quell’incontro che l’aveva segnato. Gesù gli aveva cambiato la pelle, ma gli aveva cambiato anche il cuore.
  4. Dieci guariti, uno solo salvato, salvato nella sua umanità. Che razza di uomo è uno che viene guarito dalla lebbra e non sente la gioia di ringraziare? Che uomo è uno che prende tutto come dovuto, uno che non sente il miracolo della vita, uno che beve al torrente e non immagina mai la sorgente lontana? La differenza tra il samaritano e gli altri lebbrosi guariti forse sta proprio in questo: nel guardare con arroganza e supponenza alle cose che ti accadono, nel non stupirsi mai, nel non sentirsi in dovere di dire grazie. Nel pensarsi padroni di casa e mai ospiti. Credo che Gesù quel giorno si sia sentito come quegli operatori della Caritas che dopo avere aiutato magari per anni certe persone, non hanno nemmeno la soddisfazione di sentirsi dire che grazie al loro impegno quelle persone non avranno più bisogno di pacchi viveri o di bollette pagate.
  5. Ecco allora dove sta la salvezza: nel riconoscere il bene che hai ricevuto, nel poter guardare alla vita con occhi nuovi, nello scoprire che c’è un Padre che sta nei cieli e che Gesù ti ha raccontato e mostrato, che la tua vita non è una passione inutile, che alla fine dei tuoi giorni c’è qualcosa di grande che ti attende. Solo uno straniero se ne rese conto tra i dieci lebbrosi che furono guariti.
  6. E Gesù al lebbroso samaritano guarito disse: “Alzati e va’, la tua fede ti ha salvato”.
    Dove mai gliela aveva letta la fede? Forse in quel rito del cuore, in quel suo ritornare, in quel suo bisogno di dire gratitudine.
    E che sia una briciola di fede la gratitudine? Che sia un segno della nostra fede questo bisogno di ringraziare? Che sia un segno che siamo ancora umani, salvati in umanità? 

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