Domenica delle Palme – Messa del giorno

  1. Capita facilmente di ascoltare una interpretazione rassegnata di questa famosissima affermazione evangelica collocata al termine della discussione con Giuda che brontolava per lo “spreco” di Maria, la sorella di Lazzaro, nel versare il profumo di nardo sui piedi di Gesù. «Lasciala fare – gli rispose il Signore -, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri, infatti, li avete sempre con voi, ma non sempre avete me» (Gv 12, 1-8).
    Non possiamo farne una lettura fatalista e deresponsabilizzante, che di fronte alla povertà alza bandiera bianca, con la scusa che l’ha detto persino Gesù che i poveri ci saranno sempre: dunque non agitiamoci più di tanto!
    Si tratta di un modo pericoloso di affrontare il fenomeno della povertà che si accontenta a dar via qualche pacco e a pagare qualche bolletta, ma rinuncia al compito di farsi voce di chi non ha voce, alla carità politica, alla ricerca delle radici dell’ingiustizia. Per questi “rassegnàti” il fenomeno della povertà sarebbe troppo complesso per essere realmente aggredito. È inutile lanciarsi come dei novelli Don Chisciotte contro i mulini a vento che producono squilibri e sperequazioni mondiali. Abbiamo poche risorse, usiamole per dar via qualche elemosina. Ma non imbarchiamoci nella missione impossibile di tentare di cambiare il sistema di protezione sociale, e non ci venga in mente di dare una dimensione politica al nostro impegno caritativo…
    A questo approccio, francamente, credo che il Vangelo e tutto il magistero sociale della Chiesa contrapponga un diverso modo di pensare e di agire. Giusto a titolo di esempio, vale la pena riascoltare quanto nell’ormai lontano 1967 Paolo VI scriveva nell’enciclica Populorum progressio: “il sottosviluppo non è fatalità, è il frutto amaro della mancanza di fraternità fra gli uomini e fra i popoli” (n. 66). 
    Dunque, per comprendere bene quell’affermazione dobbiamo tenere conto che Gesù sta avviandosi alla conclusione drammatica della sua vicenda storica, i suoi discepoli presto lo perderanno e dunque non possono mancare nessuna occasione per “goderselo”. 
    È in questo clima di tristezza e di mestizia che Gesù assicura che, certo, non lo vedranno più, ma una forma di presenza accompagnerà la storia della Chiesa. Questa presenza sarà mediata da quelle povertà e da quei poveri che non riusciremo mai a debellare del tutto, ma che non potremo non curare, dal momento che è attraverso di loro che riusciremo ad incontrare Gesù.
    Si tratterà quindi di affinare un efficace discernimento. Non è così automatico riconoscere nel volto dei poveri quello di Gesù. È necessario affinare lo sguardo attraverso un cammino di fede sempre più maturo. Perchè c’è di mezzo proprio la fede: la carità, infatti, altro non è che la forma che assume la fede quando si incontra con la realtà degli altri, dei poveri anzitutto.
    I cristiani non vivono la carità perchè sono buoni, ma perchè ne hanno bisogno per vivere: senza la Parola, senza l’Eucaristia, senza la carità noi non possiamo vivere!
  1. Entriamo dunque nella Settimana Santa in cui la Chiesa ci proporrà numerosi segni dell’amore di Dio (Giovedì Santo e la messa in coena domini; Venerdì Santo e la passione, morte, deposizione di Gesù nel sepolcro; l’altare spoglio; il silenzio del Sabato Santo; il fuoco e l’acqua, il cero e la luce, l’Alleluia del risorto, il pane e il vino consacrati; le confessioni di questi giorni, segni efficaci della misericordia incondizionata di Dio). Segni che ci permetteranno di fare l’esperienza di fede e di amicizia con il Signore vissuta da Lazzaro, Marta e Maria.
  1. Due atteggiamenti per vivere bene questi segni che la Chiesa ci offre:
    – La meraviglia del credente: non diamo per scontato di sapere già tutto della vicenda terrena di Gesù; potremmo rischiare di fare la figuraccia di Giuda davanti al gesto di Maria: perchè perdere tutto questo tempo in chiesa? Non potremmo fare qualcosa di più utile per gli altri? 
    Parlare di meraviglia del credente significa obbedire a quanto la lettera agli Ebrei ci suggerisce nel tenere “fisso lo sguardo su Gesù il quale di fronte alla gioia che gli era posta innanzi si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra di Dio”.
    Imitiamo Maria di Lazzaro e la sua capacità di esprimere a Cristo il suo affetto credente; riserviamo un po’ di tempo in più per la preghiera comunitaria e personale; mettiamoci davanti al crocifisso anche se – come dice la prima lettura – “non ha apparenza nè bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere”; rileggiamo con commozione le antiche testimonianze evangeliche di come “egli sia stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità”; lasciamoci positivamente inquietare dal fatto che “il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti”; e ringraziamo il Figlio di Dio per “aver spogliato se stesso fino alla morte ed essere stato annoverato fra gli empi mentre portava il peccato di molti e intercedeva per i colpevoli”.
    Viviamo così i prossimi giorni della Settimana Santa. Qualcuno ci prenderà per novelli Don Chisciotte, illusi di poter cambiare se stessi e il mondo. Ma chissà che qualcosa di nuovo e di bello potrà scaturire nella nostra vita, in quella della Chiesa e del mondo intero. Così sia.

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