Domenica di Pasqua – Messa nel giorno

  1. La Pasqua di Gesù dice che nella vita non è mai detta l’ultima parola, che si può sempre ricominciare, che non c’è esperienza troppo negativa da non poterne venire fuori. Se Gesù è stato capace di ribaltare la tomba del sepolcro non l’ha fatto solo per sé, per dimostrare la sua potenza. L’ha fatto anche per noi, forse anzitutto per noi, che ci lasciamo troppo facilmente imprigionare dalla puzza di morte che talvolta avvolge la nostra vita. Per colpa nostra e di chi ci sta attorno. Certo, la Pasqua è prioritariamente lo spalancarsi di un orizzonte impensabile nella vita dell’uomo. Ma non solo per il dopo, bensì anche per l’adesso. Perché è adesso che ci è chiesto di vivere, è adesso che siamo chiamati a rendere questo mondo un po’ migliore. È adesso che dobbiamo rendere la vita delle persone un po’ più decente e meritevole di essere vissuta. È adesso che dobbiamo e possiamo superare incomprensioni ed antipatie. È adesso che dobbiamo e possiamo superare i conflitti e generare percorsi di riconciliazione. Guai a noi se la fede nella Pasqua di Gesù dovesse trasformarsi in un analgesico, in un antidolorifico per sopportare i malanni e le ingiustizie di questa vita in attesa di quella che verrà dopo. Se Gesù è risorto dopo la croce è per dire che solo una vita donata merita di essere vissuta, dà quel gusto, quell’energia, quella voglia di rischiare senza la quale vivere diventerebbe un’avventura insopportabile.
  1. Il Vangelo ci racconta che a raccogliere e a diffondere per prima questa notizia che ribaltava il mondo fu una donna. E la cosa fece saltare, lo capite, tutte le gerarchie: quelle ecclesiastiche, quelle familiari, quelle sociali. È vero, poi andarono anche Pietro e Giovanni, ma la prima fu una donna, Maria di Magdala, l’ex prostituta che certo non aveva gradi e onorificenze, ma aveva un titolo speciale, quello dell’amore. Lei, con le altre donne, arrivò fin sotto la croce: gli altri si fermarono prima, chi a tradire, chi a rinnegare, chi a fuggire. Le donne furono le uniche presenti fino alla deposizione, a osservare come Giuseppe d’Arimatea avesse deposto il corpo nel sepolcro, quasi a controllare con gli occhi, con il cuore. Dunque, c’era un buon motivo per cui fosse una donna ad essere la prima testimone della resurrezione.
    Eppure, malgrado questo “merito”, anche Maria di Magdala dovette un po’ cambiare, un po’ risorgere. Era andata al sepolcro, certo, ma per cercare un corpo senza vita, una cosa, un oggetto di consumo. La voce di Gesù le spalanca un orizzonte inaudito: la morte, la cattiveria, la sopraffazione, … non sono le parole ultime, definitive della vita umana. Se Lui era vivo, allora tutte le parole che aveva dette erano e sono vere. La voce di Gesù – quella che possiamo ascoltare anche noi nella Scrittura e non in chissà quali visioni – è quella che dimostra che Lui è vivo e che quando parla mette in movimento, in cammino. Come Maria che corse a raccontare ai discepoli di quell’incontro rivoluzionario.
  1. Sia nel Vangelo che abbiamo letto, ma anche in tutti gli altri tre, il racconto di Gesù che sconfigge la morte non ha caratteri di eccezionalità, non presenta i toni da effetti speciali. Nessuna grandiosità, niente di straordinario. Addirittura, il risorto nemmeno lo si riconosce subito: qui è scambiato per il custode del giardino, in Luca per un viandante nelle ombre della sera, oppure per uno che attende pesce dal litorale del lago … Quasi a dire che Gesù risorto porta vento di vita e di speranza nel quotidiano più quotidiano. Che credere nella resurrezione significa trovare l’energia per rendere diversa la vita di tutti i giorni. Non perché le cose improvvisamente e quasi d’incanto cominciano ad andare bene, ma perché in quelle cose riusciamo a mettere un fermento nuovo, come un pizzico di lievito, quel lievito che viene dalla convinzione che l’unico modo per vivere bene la vita è quello di spenderla per gli altri, che ciò che la rende più forte della morte è l’amore che ci mettiamo dentro.
  1. Ci facciamo gli auguri in questo splendido giorno: che l’energia della Pasqua riempia di allegria la nostra vita di tutti i giorni, una vita che malgrado lutti e disillusioni ci appartiene ancora e nella quale abbiamo il diritto di coltivare ancora sogni e attese. E nel farci gli auguri rinnoviamo la responsabilità di diffondere questa notizia attorno a noi: anzitutto riempiendo le nostre chiese ad ogni ritorno non solo della pasqua annuale, ma di quella settimanale, perché i nostri contemporanei siano provocati dal nostro entusiasmo e dalla nostra passione.

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