V Domenica di Quaresima – di Lazzaro

  1. Dunque, ormai ci siamo, ormai siamo nell’imminenza della Settimana per eccellenza, quella che fa la differenza, che dice come il cristianesimo non sia solo una delle tante forme della ricerca religiosa; una settimana che nell’arco di pochissimi giorni parla del realizzarsi di un progetto inaudito di vicinanza di Dio nei confronti degli uomini, tanto inaudito quanto rifiutato dall’uomo stesso.
    Ecco allora l’ultimo passo prima di entrare con Gesù a Gerusalemme nella Domenica delle Palme che celebreremo domenica prossima. E l’ultimo passo nella tradizione ambrosiana è rappresentato dallo struggente episodio di Lazzaro riportato in vita dopo la morte.
    Un episodio che dice diverse cose: la prima è che Gesù è venuto a portare un amore più forte della morte; la seconda è che questo amore viene anticipato – e può essere sperimentato – da ogni autentica amicizia; la terza, semmai ce ne fosse bisogno, che l’incarnazione fu una cosa seria, non un “come se”, una specie di finzione, …
  1. Un amore più forte della morte. L’espressione viene dal libro del “cantico dei cantici”. Certo, la morte sembra farla da padrona nella nostra vita, si manifesta in infinite forme (malattia, invecchiamento, solitudine, insuccessi, odii, incomprensioni, miseria, …), ma non avrà l’ultima parola. Lo toccheremo con mano la mattina del giorno di Pasqua, ma Gesù voleva un po’ anticipare, offrire un aperitivo di quel pranzo di nozze che stava preparando per il terzo giorno dopo la sua morte. Lo aveva già fatto con la trasfigurazione sul monte, lo aveva fatto con la figlia di Giairo, con il figlio della vedova di Nain. Questa volta riguarderà un suo caro amico, quasi uno di famiglia che inspiegabilmente però non si era affrettato a visitare alla notizia della sua malattia. La cosa aveva scandalizzato: “ma come, se non ti curi neppure dei tuoi amici?” Bisogna stare attenti a dire di essere amici del Signore, perchè non ci si guadagna tanto dal punto di vista dei vantaggi umani. E poi stavolta la cosa era più complicata: per gli ebrei dopo tre giorni dalla morte l’anima lasciava definitivamente il corpo e c’era spazio solo per la decomposizione, per il sepolcro. Lo strano comportamento di Gesù nei confronti di Lazzaro lo viviamo tutti noi, ogni volta che ci sentiamo non ascoltati quando ci rivolgiamo a Lui per implorare una grazia che non può non accordarci, ogni volta che cediamo alla tentazione di protestare (come scriveva p. Turoldo): “mai che combacino i tempi di Dio col calendario dei nostri bisogni!”. Lazzaro riportato in vita non risolve i nostri dubbi, le nostre lamentazioni. Ma ci assicura che solo in Gesù c’è un amore capace di sconfiggere il mostro della morte e di liberarci dalla paura che ci paralizza e ci ripiega su noi stessi. Con modi e tempi che non sono i nostri, certo. Ma solo in Lui!
  1. L’amicizia, traduzione nel linguaggio umano dell’amore divino. Certo, Gesù era portatore di un amore che era quello stesso del Padre, quello di Dio. Ma il vangelo non manca di istruirci che Gesù non si è vergognato di dimostrarlo, di farlo vedere, di farcelo intuire attraverso quella declinazione possibile anche a noi che è l’amicizia. L’amicizia è importante nella vita di una persona. Lo è stata per Gesù, lo è per noi. Ma ad essere amici non ci si improvvisa. Non è per tutti. “Solo i virtuosi hanno degli amici” scriveva Aristotele. Per dire che senza l’onestà, il mantenere la parola data, la discrezione, la sincerità, la fedeltà, … non si dà alcuna esperienza di amicizia. Magari ci può essere complicità negli affari, ma l’amicizia è un’altra cosa. È ciò che ti riscalda il cuore, è quel sentimento così profondamente umano grazie al quale anche un non credente può – senza saperlo – entrare in comunione con il Signore.
    E Gesù, ci dice Giovanni, l’ha vissuta sul serio l’amicizia con Lazzaro, Marta e Maria. Così come l’ha vissuta nei confronti dei dodici. Persino di Giuda! Ricordate come lo chiama la notte dell’arresto? “Amico, per questo sei qui!”. Un’amicizia a caro prezzo, non riconosciuta, tradita, umiliata, ma alla quale Gesù è rimasto fedele fino alla fine. Forse, in questo momento, non ce la facciamo ad amare come ha amato lui. Ma almeno possiamo coltivare autentiche esperienze di amicizia. Approfittiamone. Saranno un tirocinio prezioso!
  1. L’incarnazione, una cosa fatta sul serio. Dicevo che non ce ne dovrebbe essere bisogno, ma la tentazione di enfatizzare così tanto il fatto che Gesù fosse Figlio di Dio potrebbe portarci a non riuscire quasi a credere che abbia pianto davvero di fronte all’amico morto. La tentazione di immaginarci un Gesù un po’ extraterrestre che sapeva perfettamente come si sarebbe risolta di lì a poco quella situazione così incresciosa. La tentazione di pensare che forse Gesù non ha veramente provato angoscia dinanzi alla propria morte e quel sudore di sangue nel Getsemani sia un’esagerazione: ma insomma non era onnisciente, ce lo avete insegnato a catechismo!? Quindi, sapeva che da lì a poco le cose si sarebbero messe al meglio, dunque perchè stare ad angosciarsi?
    Usiamoli bene allora i giorni della Settimana Santa! Proprio per liberarci da una visione un po’ semplificata dell’incarnazione. La cosa è pericolosa, sia perchè finiamo per figurarci un Gesù che non corrisponde ai racconti evangelici e che lo pone su un piano a metà strada tra terra e cielo. Ma se non le ha provate tutte le nostre disgrazie, allora come facciamo a dire che ci capisce, che è dalla nostra parte. Di divinità che stavano lassù e che delle nostre grane non riuscivano a interessarsi ce ne erano fin troppi. Un altro Dio così non ci cambia niente. Ma se l’incarnazione è stata una cosa seria, allora le cose cambiano! 
    Con una visione sbagliata dell’incarnazione perderemmo la capacità di meravigliarci e di commuoverci osservando l’intenso affetto che legava Gesù, Lazzaro, Marta e Maria.
    Gesù era uomo sul serio, capace di piangere, di sdegnarsi dinanzi alla morte. Il vangelo dice che Gesù “si commosse profondamente” che si potrebbe tradurre con “si irritò”. Certo per la morte dell’amico, ma non escludiamo che in quella morte ci vedesse un presagio della propria.
  1. Che il Signore ci conceda nei prossimi giorni di fare questa esperienza di vita che viene da lui e del suo amore divinamente umano e umanamente divino. 
    Glielo chiediamo con le parole di sant’Ambrogio: «Signore, chiama dunque fuori il tuo servo: pur stretto nei vincoli dei miei peccati, con i piedi avvinti e le mani legate, e pur sepolto ormai nei miei pensieri e nelle opere morte, alla tua voce io uscirò libero e diventerò uno dei commensali al tuo convito». Così sia.

Commenti

  1. Raffaella Corradi Brusati02.04.2022

    Il Vangelo di Giovanni ci presenta la risurrezione di Lazzaro che risplende come una promessa: la morte non è la fine perchè è stata vinta dalla Pasqua di Cristo. C’è una frase che domina tutto il racconto: Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Questa domanda finale Gesù l’ha posta a Marta, ma la pone ora ad ognuno di noi. Se crediamo in Lui dovremmo vedere la morte in modo diverso, non più un approdo nel mare del nulla e del silenzio, ma ad una porta aperta all’infinito e all’eterno. Illuminante il salmista quando dice: “Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra” sal 16,10-11.

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