Veglia Pasquale

  1. Eccoci dunque al cuore dell’anno liturgico, al cuore di tutta l’esperienza cristiana. Come una piramide rovesciata che si appoggia su un punto apparentemente insignificante è il cristianesimo. E questo punto è quanto stiamo celebrando stanotte: il mistero di una tomba rimasta vuota per sempre, quella di uno come noi, Gesù di Nazaret, che l’ha lasciata vuota per sempre perché un giorno anche le nostre tombe diventino inutili. Non è risorto solo per far vedere la sua potenza, per umiliare i suoi carnefici. È risorto per dirci che c’è una strada per sconfiggere il grande nemico e che questa strada passa attraverso la disponibilità a dare la vita, a non tenerla per noi, a smettere di illudersi che l’importante è pensare ai fatti nostri, a star bene noi, ad accumulare beni ignorando il desiderio di benessere di quanti ci stanno attorno. È risorto per smascherare la grande calunnia di una vita vissuta per sé stessi. È risorto per dirci che la vita eterna non è cosa per “dopo”, ma che possiamo cominciare a gustarla già da ora, se appena siamo disposti a fidarci di lui.
  1. Ma capite che se quello che stiamo celebrando stanotte fosse vero, allora saremmo di fronte ad una notizia tanto bella quanto impegnativa, “straordinariamente” bella e “maledettamente” impegnativa. Bella perché allora vorrebbe dire che non è vero che tutto finisce, che vale la pena di coltivare sogni ed ideali, che puoi dire ad un uomo, ad una donna “ti amerò per sempre” senza dirgli una frase retorica, senza dover aggiungere “finché ci vedremo…”. Bella perché potremo ritrovarci con quanti abbiamo amato per una festa che non avrà fine. Una notizia straordinariamente bella perchè capace di farci guardare alla vita con occhi totalmente nuovi, anche se questa notizia non toglie nulla delle fatiche, delle amarezze, dei dolori, delle sofferenze. Non toglie nulla, ma insieme cambia tutto!
  1. Bella, dicevo, ma anche impegnativa, perché a noi – che a questa notizia abbiamo creduto – verrà chiesto conto, come si chiede ad un amministratore delegato di come ha gestito un patrimonio che non era suo. Se c’è un’ingiustizia al mondo, questa non sta nel fatto che Dio abbia arbitrariamente deciso a chi offrire salvezza e a chi no. L’ingiustizia sta nel non cercare di condividere la possibilità per ogni uomo di vivere una vita diversa il più largamente possibile. La vera ingiustizia starebbe nel non preoccuparci di condividere quanto – senza merito – abbiamo scoperto, abbiamo conosciuto. 
  1. Il filosofo Nietsche aspettava i cristiani della sua città all’uscita della messa di Pasqua e lamentava: “Vorrei poter vedere sul vostro volto i tratti dei salvati, invece che le solite facce tristi e lamentose…”. E mi domando se tanta indifferenza religiosa, tanta lontananza dalla Chiesa, più che dipendere dagli scandali che noi uomini e donne di chiesa continuiamo ad offrire, non dipenda piuttosto dalle nostre facce tristi e lamentose, da un cristianesimo moscio, di facciata, abitudinario, senza un fremito, senza una passione, un cristianesimo che si accende per la prima comunione del bambino, per il matrimonio di alcuni, ma che, passata la festa, torna a spegnersi tristemente. 
  1. Stanotte noi proclamiamo l’inaudito: il destino dell’uomo non è una pietra tombale; è una vita oltre la vita; è la vita stessa di Dio. Questa sera ci è concesso di immaginare che anche i nostri morti siano raggiunti da quel soffio di vita scaturito dalla tomba di Gesù.  Quando parliamo di Cristo risorto, i nostri cimiteri si svuotano. Continuiamo a celebrarli i funerali dei nostri cari, continuiamo ad andare a trovarli i nostri defunti al cimitero. Ad una condizione: che le celebrazioni funebri, gli stessi cimiteri, non servono ai nostri cari, ma servono a noi. Loro ormai sono nella vita di Gesù risorto, nella pace e nella festa. Siamo noi che invece abbiamo bisogno di imparare che cosa significhi vivere da risorti, anticipando quello che sarà il nostro destino ultimo.
  1. Allora la fede nella risurrezione diventerà una forma di insurrezione contro tutto ciò che nella società mortifica le persone. La fede nella resurrezione non sarà mai l’oppio dei popoli, ma la più potente forza eversiva contro i falsi miti che fanno consistere la salvezza nella salute, nell’accumulo di beni, nel presenzialismo sui social. Miti che rendono il mondo vecchio e ripiegato sul presente, incapace di speranza per il futuro. Dire che Cristo è vivo significa riaccendere la speranza che non riguarda solo il futuro, il “dopo” questa vita. Il Signore vuole che la speranza sia quel segreto capace di operare nella nostra vita presente, così da trasmettere, ad ogni giorno che ci è dato, la luce di questa notte, il sapore della risurrezione.

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