III Domenica di Pasqua

  1. Questa liturgia non si rivolge a chiunque! Non è destinata a tutti. È rivolta a quanti hanno avuto la fortuna inaudita di celebrare con consapevolezza e convinzione il mistero della Pasqua di Gesù, a quanti hanno sentito dire – e che hanno scommesso sul fatto – che non è vero che con la morte finisce tutto e che “finchè c’è vita c’è speranza”. Questa liturgia che cade due domeniche dopo la Pasqua presuppone che chi viene a Messa abbia sentito parlare di una tomba vuota, di un uomo crocifisso che dopo tre giorni si presenta vivo a porte chiuse là dove i suoi amici terrorizzati si erano radunati, e dopo otto giorni ancora alla presenza anche di quel Tommaso che non si capisce perché la sera della prima apparizione era andato per i fatti suoi. Ne hanno sentito parlare e per questo hanno deciso di continuare a venire a messa per capirne qualcosa di più. A messa, ma non solo per ascoltare delle prediche o fare delle preghiere, ma addirittura per “mangiare” quella Pasqua, mangiare, introiettare, digerire, … il mistero di un Dio che si è fatto come noi per mostrarci la via sicura per vivere una vita buona.
  1. Insomma, non si può venire a messa quest’oggi, non si possono ascoltare queste letture senza avere negli occhi e nel cuore almeno questi racconti che – se fossero veri, lo capite – nulla sarebbe più come prima. E se fossero veri allora significherebbe che quanto Gesù afferma all’inizio del Vangelo appena ascoltato avrebbe un significato straordinario: il mondo non è condannato a vivere nelle tenebre, nella nebbia, nel buio. L’uomo non è destinato a vagare come a tentoni alla ricerca di un motivo per vivere, per amare, per sognare, per sperare, per mettere al mondo dei figli, per metter su famiglia. Ci sarebbe una luce, rappresentata da Gesù di Nazaret, dalla sua parola, dalla sua vita, dal suo essere stato il più grande racconto su Dio che mai si sia potuto immaginare. Gesù di Nazaret: una luce gettata sul mistero di Dio, ma anche una luce gettata sul mistero dell’uomo, sull’avventura della sua vita, altrimenti votata all’insensatezza.
  1. Ma questa affermazione di Gesù “io sono la luce del mondo” ne richiama un’altra che ci riempie di onore, ma anche di bella ansia: “voi siete la luce del mondo” aveva detto quando era con i suoi e formava quelli che avrebbero creduto in lui. Bella ansia perché, lo capite, una cosa così non può non fare tremare le vene ai polsi. E invece Gesù non ha timore di ricordare che i suoi discepoli sono necessari al mondo – noi siamo necessari al mondo – come è necessaria la luce. Certo, ad una condizione: che custodiscano alta e luminosa quella Parola che sola è luce ai nostri passi e lampada per la nostra strada. “Io sono la luce del mondo … Voi siete la luce del mondo”. Due affermazioni congiunte, ma la seconda deriva dalla prima. Non dimentichiamocelo: i battezzati dei primi secoli erano chiamati “illuminati”. Si riceveva il battesimo nel momento in cui si riconosceva Gesù come Colui che è la luce del mondo. E da quel momento lo si diventava a nostra volta. “Illuminati” per essere “illuminanti”. Il cristiano non brilla di luce propria, come la luna, ma riverbera la luce di un altro sole che è Gesù il Cristo. Ed ancora oggi, il giorno del battesimo viene consegnata una candela, un lumino al papà del battezzato per dire che la fede è proprio come una piccola e flebile luce, sempre pronta a spegnersi se non protetta, ma capace di farti mettere il piede al posto giusto quando attorno a te tutto è buio. 
  1. Quella è la luce che deve brillare sul nostro volto, sul volto di chi ha appena celebrato la Pasqua annuale e che non può non farlo trasparire con uno stile, con un modo di porsi senza arroganza, senza presunzione, ma con la lieta consapevolezza d’avere sulla propria faccia un riverbero del Suo splendore, per grazia, solo per grazia.

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