IV Domenica di Pasqua

  1. La liturgia di questa domenica ci colloca al cuore del cristianesimo! Dice che il cristianesimo non è una religione. Tutte le religioni del mondo hanno sempre cercato di spiegare come conquistare la benevolenza di Dio e per farlo hanno dettato leggi, precetti, norme, sacrifici, … Tutte le religioni del mondo hanno sempre presentato Dio come un mercante che vende l’amore, dicendoci quale fosse il prezzo per comprarlo. Ma questa era la perversione del vero Dio e di fronte a questa concezione di Dio è lecito, è giusto essere atei, senza dio: Dio non ha bisogno dei nostri sacrifici per essere contento, per volerci bene. “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi”: Dio non è il frutto della nostra invenzione, non è fatto ad immagine delle nostre meschinità ed egoismi. Siamo noi ad essere sua invenzione, fatti a sua immagine e somiglianza, chiamati a ripetere, a prolungare ciò che lui è, un mistero di amore, una forza di bene che non può stare nel proprio guscio, nel proprio castello incantato: “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi”. Il Dio dei cristiani non ha bisogno dell’amore dei suoi sudditi: il suo amore lo effonde, dal Padre al Figlio, dal Figlio a noi che siamo figli e che dunque siamo chiamati a vivere come fratelli che si riconoscono figli dello stesso Padre. Un Padre che non cerca anzitutto l’amore dei figli, ma che i figli si vogliano bene come fratelli.
  1. Dunque, oggi Gesù ribalta la concezione pagana su Dio e ci dice che il cristianesimo è tutt’altro, che non è la strada per arrivare a Dio, ma la strada con cui Dio ha raggiunto l’uomo, ogni uomo, senza distinzioni o barriere, senza razze, sette, etnie, culture, … 
    E questa strada è la strada di un amore con cui siamo stati voluti bene, in modo universale e incondizionato. Universale perché non c’è uomo o donna che appaia sulla faccia della terra che non sia oggetto dell’amore di Dio. Anche il più delinquente. Universale perché non ci è lecito costituire sette, conventicole, … con la presunzione di essere migliori, più santi, più meritevoli dell’amore di Dio. Se mai Dio fa una preferenza, la fa per i più miscredenti, per i più lontani, … Come una mamma col figlio più disgraziato.
    Insieme, un amore incondizionato, perché se avesse atteso che noi il suo amore ce lo meritassimo, sarebbe ancora lì ad aspettare. Vuol dire che ci vuol bene anche se non lo sappiamo, anche se siamo così pazzi da non volerne trarre le conseguenze, anche se lo rifiutiamo.
  1. Se questo è il modo di amare di Dio, allora capite che non ci sono leggi, o precetti, o sacrifici. C’è un solo comandamento: riconoscerci come suoi figli, lasciarci amare da lui per cercare di amarci un po’ come lui ci ama: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri”. Tutto il resto del cristianesimo o è la declinazione di questo comandamento, oppure viene dal maligno. Ma capite anche che prima che essere un comandamento, è un dono: Dio non ci chiede nulla che prima non ci abbia donato. Quel “come io vi ho amato …” potrebbe tradursi con “dal momento che io …”. E questo comandamento ce lo dà non perché vuole vederci come sudditi, come soldati obbedienti, ma perché ha a cuore solo la nostra felicità. “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”, una gioia, una felicità possibile solo a chi fa dell’amore la sua regola, la sua legge, il suo comandamento.
  1. Certo, un amore impegnativo: “come io vi ho amato”. Appunto, in modo universale e incondizionato. Non solo per i “nostri” e inoltre disposti a non aspettarci nulla in cambio. Di questo amore si era innamorato Paolo, di un Dio dal volto inaspettato che lo aveva amato benché fosse un persecutore e dunque senza alcun merito e lo aveva scelto perché – lui legato all’idea di un Dio etnico, nazionale – diventasse il narratore di questo a Dio a tutti gli uomini, anche quelli un tempo considerati esclusi dalla salvezza. Di questo amore Paolo si era innamorato da non ritenere neppure la sua vita più importante della missione che gli era stata affidata, al punto da non voler sfuggire alla verosimile cattura e persecuzione che il profeta Àgabo gli preannuncia in casa di Filippo. Fino al punto da interpretare lo stato di prigionia in cui si trova non come un ostacolo alla diffusione del Vangelo, ma piuttosto un incentivo per gli altri cristiani che “incoraggiati dalle mie catene, ancor più ardiscono annunciare senza timore la Parola”.
  1. Un ultimo pensiero a partire da questa che è da anni la giornata mondiale di preghiera per le cosiddette vocazioni di speciale consacrazione al Signore. Noi dobbiamo pregare incessantemente per queste vocazioni. Ma consapevoli che queste vocazioni per nascere hanno bisogno di un clima, di un humus, di un sentire comune. Certo, il Signore è libero di far sorgere fiori anche da terreni aridi e pietrosi, ma la norma è un’altra: le vocazioni sono espressione di una comunità che si sforza di obbedire al comandamento di Gesù. Domanda: non è che il drammatico calo di vocazioni nella Chiesa di occidente è indice di una preoccupante diminuzione della disponibilità a seguire il comandamento di Gesù? Dobbiamo pregare, certo, ma insieme sentirci profondamente responsabilizzati. Senza di noi, senza la nostra collaborazione, persino il Signore è disarmato e impotente.

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