V Domenica di Pasqua

  1. Anche questa domenica il brano evangelico di Giovanni è tratto da quelli che sono i discorsi di addio. Gesù ha appena lavato i piedi ai discepoli, Giuda compreso e dopo l’uscita dalla sala di colui che lo tradirà, pronuncia le parole che abbiamo appena ascoltato in cui dice “non ci vedremo più, ma c’è un modo per rimanere in contatto: rispettare il comandamento nuovo che vi lascio …”. Gesù dice “nuovo” perchè nell’AT c’era già un precetto che imponeva di amare i propri nemici (Lv 19,18): ora quel comandamento acquista una nuova luce, una nuova prospettiva: “come io ho amato voi”. La nuova prospettiva, meglio dire la prospettiva “definitiva” è Gesù, il suo modo di amare, che diventano norma, criterio. Non si tratta più solo di riempirsi la bocca del vocabolario dell’amore, forse il più abusato e frainteso. Si tratta di guardare a lui, di fare come lui.
  1. E per precisare bene in che modo Gesù ci ha amato ci viene in aiuto la grandiosa pagina dell’inno alla carità che Paolo sviluppa nella prima lettera ai Corinti, comunità tanto vivace quanto divisa in fazioni e partiti. Paolo usa la parola greca “agàpe” (tradotta con “carità”) che indica non anzitutto l’amore dei cristiani per Cristo o per gli altri, ma l’amore generoso, universale ed incondizionato di Cristo per gli uomini. La novità del Vangelo che Paolo evidenzia è l’amore di Dio per l’uomo, gratuito e universale, che deve espandersi nelle relazioni tra fratelli prima di tornare alla sua sorgente. Dunque, parlare di carità-agàpe significa parlare di Gesù, del suo profilo e le caratteristiche della carità-agàpe altro non sono che aspetti del volto di Gesù, tratti del suo identikit.
  1. Un identikit che affascina, certo, ma che contemporaneamente spaventa, scoraggia. Come si fa ad amare “così”? Chi mai c’è riuscito fino in fondo? E allora, che senso ha chiedere a noi poveri umani di imitare l’inimitabile, chiederci di fare come Gesù quando il suo modello è per lo più irraggiungibile?
    La risposta a queste giuste obiezioni deve muoversi su due linee. La prima è quella di aver chiaro che parlare di carità-agàpe significa camminare su un terreno minato sul quale muoversi con circospezione, come a piedi nudi. Dire carità-agàpe è dire Dio e allora bisogna  stare attenti a “non nominare il nome di Dio invano”.
    La seconda linea su cui tentare una risposta è quella che ci viene suggerita dal modo con cui possiamo tradurre quel “come”: non solo in termini esemplari, non solo prendendo Gesù come modello, ma anzitutto in termini causali. Quel “come io ho amato voi” significa anche e sopratutto “dal momento che io ho amato voi”. Questo significa che proprio perchè Gesù ci ha voluto bene in quel modo gratuito e incondizionato (al punto dal lavare i piedi persino di colui che stava per uscire per tradirlo) che ci ha messi nelle condizioni di farlo un po’ anche noi, di volere bene a chi abbiamo accanto senza aspettarci un tornaconto. Vuol dire che possiamo accettare il rischio di volere bene cancellando dal nostro vocabolario parole piuttosto di moda come “reciprocità”: è legittimo, è giusto aspettarci che coloro cui vogliamo bene si lascino prendere in questo movimento. Ma se questo non dovesse accadere, non per questo avremmo il diritto di tirarci indietro, di smettere di amare, di vivere la carità-agàpe.
  1. Ma c’è un ultimo passo che la liturgia di questa domenica ci chiede di compiere. Quello suggerito dal brano degli Atti degli Apostoli che mostra le conseguenze sociali di questa carità-agàpe. Per dire che l’amore che Gesù ci ha donato e che ci chiede è tutt’altro che un fenomeno privato, un sentimento per quelli di casa. L’amore che Gesù ci chiede deve diventare visibile, deve cambiare i rapporti tra le persone, deve modificare la società, la polis. In una parola ambigua e pericolosa, deve diventare politica. La fede nella Pasqua di Gesù non si manifestava solo nelle preghiere e nelle liturgie. O meglio, si manifestava anche attraverso quella particolare liturgia – cui possono partecipare anche quelli che in chiesa non ci vanno mai – che è la condivisione dei beni. La chiesa non ha mai detto che per essere discepoli di Gesù si debba essere miseri e straccioni. Ha sempre predicato invece  che la vera povertà è più che un dare, un condividere. Questo rendeva la chiesa primitiva apprezzata da tutto il popolo, capace di una vera azione missionaria.
    Ha radici cristiane e si confessa cristiana quella ristretta parte di umanità che detiene la quasi totalità dei beni della terra, controllando e sfruttando le risorse dell’intero pianeta. E’ ancora possibile, senza dare scandalo, continuare a compiere ogni giorno del Signore il gesto eucaristico della frazione del pane e perseverare in quell’incapacità di condividere che è al tempo stesso frutto di egoismo e fonte di ingiustizia? Non si può perseverare nella frazione del pane senza perseverare al contempo nella condivisione di ciò che si ha con i fratelli che sono nel bisogno.
    Il cristianesimo è nato abitato dalla convinzione che l’eucaristia non è solo l’espressione della comunione nella vita della chiesa, ma è anche un progetto di solidarietà per l’umanità intera. La liturgia dà alla chiesa un compito per il mondo, un compito di cui i cristiani, oggi forse più di ieri, sono debitori nei confronti di tutti gli uomini.
    Ci resta così un sospetto: se la chiesa d’occidente oggi ha perso la sua carica missionaria non è forse perchè non riesce più a sentire questa responsabilità, a mostrare questo modo di vivere la carità-agape?

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