Domenica di Pentecoste – Anniversari di matrimonio

  1. Era il sogno ultimo di Gesù, il suo pallino, la sua mania irriducibile: l’unità dei discepoli, l’unità di coloro che avrebbero creduto in lui, primo motivo di credibilità di fronte al mondo. Lo aveva detto con quasi noiosa insistenza nei discorsi dell’ultima cena.
    Con la solennità di Pentecoste il tema ritorna prepotentemente, perchè smette di essere solo un’esortazione e diventa possibile, praticabile: il dono dello Spirito che Gesù risorto offre ai credenti in lui, sarà lo strumento primo, la condizione di possibilità affinchè quel suo sogno dell’ultima cena possa diventare realtà.
    Quel giorno a Gerusalemme era accaduto qualcosa di grande: la gente presente che veniva da innumerevoli culture, lingue, tradizioni, riesce a capire il linguaggio dei discepoli; le differenze non si annullano, ma incredibilmente si capiscono; le differenze smettono di essere motivo di divisione: gli uomini si parlano e reciprocamente si arricchiscono.
    Per certi versi a Pentecoste Dio fa capire che razza di mondo ha in testa e chiede ai cristiani di impegnarsi a realizzarlo:
    – un mondo senza barriere, globalizzato non tanto nei mercati quanto nella solidarietà, in grado di sconfiggere gli steccati che secoli di incomprensione hanno eretto, quella globalizzazione dell’indifferenza di cui parla papa Francesco; un mondo in cui chi è diverso non è più motivo di paura e di chiusura…
    – un mondo in cui la storia, la tradizione di ogni popolo venga mantenuta e valorizzata, diventando una ricchezza per tutti; un mondo che non tollera il pensiero unico, l’omologazione, il dominio di alcuna cultura sulle altre, … (alla faccia dei cd suprematisti bianchi!)
    A Pentecoste nasce un mondo che è insieme globale e locale, senza supremazie, senza arroganze. Un mondo che non sempre noi cristiani abbiamo contribuito a promuovere, specie nei decenni di un certo predominio culturale del mondo cattolico…
  1. Ma se scendiamo su un piano più alla nostra portata, mi piace che quest’anno la solennità della Pentecoste coincida con la celebrazione degli anniversari di matrimonio. Una realtà che dimostra – nel piccolo – quello che il Signore si aspetta nel grande della vita della Chiesa. Una Chiesa nella quale i valori che devono stare assieme sono tre: l’unità, la diversità, l’utilità comune di carismi.
    In fondo, questo è il grande miracolo del matrimonio: persone diverse che riescono ad edificare una straordinaria esperienza di unità per tutta una vita, mettendo al servizio della famiglia e dei figli che verranno i propri carismi, le proprie qualità, i propri doni. Per questo chiamiamo la famiglia “chiesa domestica”, per dire che quello che si realizza a livello familiare in qualche modo vorremmo si realizzasse in tutta la comunità cristiana, a partire dalle nostre parrocchie.
  1. Per dire che l’identità di una parrocchia non potrà mai esprimersi nella esaltazione di un carisma particolare, di una particolare appartenenza ad un gruppo, movimento, associazione. Guai ad una parrocchia che in qualche modo dovesse far passare l’idea che se non sei di quel movimento o gruppo, sei fuori posto. Insieme, però è necessario che una parrocchia non si accontenti di riconoscere il diritto di cittadinanza a qualsiasi appartenenza o spiritualità. Un parroco non potrà mai essere solo un controllore di volo, preoccupato che gli aerei non si scontrino tra di loro. Un parroco è chiamato ad orientare con saggezza le indicazioni che il Vescovo offre a tutta la Diocesi. Un parroco è chiamato a far sì che le innumerevoli ricchezze, gli infiniti doni, sensibilità, spiritualità all’interno della propria comunità vengano giocati per la crescita di tutti i battezzati che stanno in quel territorio e non solo per l’utilità del proprio gruppo. Si tratta di un impegno formidabile, ma che insieme si pone in termini di vita o di morte per una parrocchia: una comunità cristiana smette inesorabilmente di essere tale se
    – un carisma diventa dominante
    – ciascuno va per la sua strada
    – i portatori dei singoli doni non si sentono responsabili di tutti
  1. Per essere Chiesa della Pentecoste – così come per essere sposi, famiglia – è necessario allora attrezzarsi; bisogna coltivare tutta una serie di virtù senza le quali lo Spirito non agisce, non porta frutto. Uno Spirito che non è una specie di magia e che ha bisogno di essere assecondato; virtù come
    – la capacità di dialogare
    – la curiosità di capire cosa hanno in testa gli altri
    – il desiderio di fare alcune cose assieme
    – la rinuncia ad essere i primi a tutti i costi.
    Virtù assolutamente necessarie per il futuro delle nostre famiglie e della nostra Chiesa.
    Siamo consapevoli che se il cristianesimo ha fatto nascere un mondo senza barriere, globalizzato, siamo anche consapevoli che contemporaneamente i cristiani hanno inventato il campanilismo, la pretesa di essere migliori di quelli là, la pretesa di non aver bisogno di collaborare con loro…
    Ebbene, ormai non c’è più futuro per una Chiesa così: è necessario prepararci ad un modo diverso di essere Chiesa che ci chiede uno spirito di collaborazione coma mai è accaduto nella storia della Chiesa d’occidente.
    Lo Spirito che a Pentecoste diede il via a un mondo di diversità capaci di parlarsi, si effonda sulla Chiesa di Milano e la apra ai nuovi orizzonti che le si schiudono davanti.

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