III Domenica dopo Pentecoste

  1. Già la scorsa settimana ricordavo come queste domeniche dopo Pentecoste ci offrono una carrellata di tematiche, di argomenti, che illustrano quella che abbiamo imparato a chiamare la “storia della salvezza”, il progetto di un Dio che essendo nella sua essenza “amore” non si è potuto permettere il lusso di star bene per i fatti suoi, ma ha avuto bisogno di condividere con altri, diversi da sé, la sua beatitudine. Ed è così che gli è venuto in mente di inventare l’uomo e con l’uomo il mondo, il cosmo, la natura, le piante e gli animali. Stelle, mari, animali e piante sono realtà preziosissime e grandiose nella sua opera, ma la pupilla di suoi occhi era l’uomo, l’unica opera fatta a “sua immagine e somiglianza”, l’unico destinato a sedersi alla sua mensa, l’unico con cui poter parlare, l’unico a cui dare del “tu”. 
  1. Con un prezzo alto da pagare da parte di Dio: quello del rischio della libertà. L’uomo era fatto della stessa materia delle altre opere create (Adamo significa “il terrestre”), aveva come gli animali anche una specie di programma detto “istinto”. Ma se una cosa doveva differenziare l’uomo da tutto il resto del cosmo, questa era la libertà, la possibilità di dire di no al suo costruttore, di ribellarsi al suo unico amante, la facoltà di rovinare tutto. Quando Dio si trovò a decidere come doveva essere quel “tu” su cui riversare il suo amore forse si trovò ad indugiare a lungo, ma la decisione fu chiara: che se ne sarebbe fatto di un bel soprammobile, che gusto ci avrebbe trovato a farsi amare a comando? Aveva sete di amore il nostro Dio, ma di un amore libero, non costretto da nulla. Certo un amore a rischio di rifiuto, di instabilità, di tradimento. Ma non c’erano alternative: per meno di così non valeva proprio la pensa di mettere in piedi l’opera della creazione!
  1. Ma è qui che viene il bello: quando appunto l’uomo si trova a dover decidere se fidarsi o meno, se riconoscere il non essersi fatto da sé o presumere di poter stare in piedi da solo, di trovare in autonomia la strada della vita bella e felice. Questo è il senso della pagina di Genesi che dai tempi del catechismo abbiamo imparato a chiamare “del peccato originale”. Non è una cronaca di un episodio accaduto ad un certo punto della storia, ma una riflessione di un antico saggio che guardandosi attorno aveva dovuto constatare la diffusione universale del male nel comportamento degli uomini. Già, ma perchè accade questo? Forse che il Signore Dio ci ha plasmati con qualche errore di fabbrica? Ma se così fosse, che Dio sarebbe? O un incapace o – peggio – un sadico!
    Cercando di illuminare il mistero della libertà male utilizzata dall’uomo, quel saggio costruisce il racconto che abbiamo letto nella prima lettura che non descrive il primo peccato degli uomini, ma risponde alla domanda “perchè” gli uomini riescono o rovinarsi la vita? Più che descrivere “il peccato di origine”, ci spiega “l’origine del peccato”, la pretesa di fare come se Dio non esistesse, come se ci fossimo fatti da noi stessi, come se la decisione tra ciò che è bene e ciò che è male potessimo prenderla in autonomia, per alzata di mano…
  1. A questo punto bisogna stare molto attenti, perchè gli insegnamenti, le conseguenze che la seconda lettura e il Vangelo fanno scaturire da questa riflessione hanno a che fare con la nostra vita di tutti i giorni:
  • Siamo dentro una storia di peccato, ogni singolo peccato ha una forza inquinante che nemmeno immaginiamo. È come se dai primi uomini fino a noi ci siamo tramandati non solo le scoperte della scienza e della tecnica, ma anche una eredità negativa, un cattivo esempio che ci condiziona, che indebolisce la nostra libertà, che ci disappropria di noi stessi. Pensate solo ai conflitti presenti in diversi angoli del mondo, alle conseguenze dell’odio che fluisce di generazione in generazione, per cui uno nasce in una certa parte e col latte materno succhia anche il disprezzo, la paura, la vendetta, …
  • Ma la Bibbia non cede a una lettura disperata. Certo – scrive Paolo nella lettera ai Romani – la libertà di tutti gli uomini è negativamente condizionata a partire dal peccato di Adamo, ma questa benché ferita rimane e nessuno potrà mai scaricare su altri la responsabilità del proprio agire. Neppure le più perverse “strutture di peccato” ci privano della nostra responsabilità e del potere di ribellarci a questi condizionamenti negativi. Di qui l’illiceità di ogni generalizzazione (gli italiani sono tutti…, i meridionali sono tutti…, gli ebrei sono tutti…, i musulmani sono tutti…)
  • La lettura di speranza di Paolo non si basa sul suo ottimismo o sul suo buon cuore, ma parte dalla rivelazione di Cristo, da quello che Paolo scopre a partire dalla conoscenza di Gesù e della sua missione iscritta nel suo stesso nome: “lo chiamerai Gesù” nome che significa “il Signore salva”. Quel Gesù Figlio di Dio che Dio stesso immagina nel momento della creazione come il modello a partire dal quale costruire l’uomo, l’uomo riuscito, quello fatto bene, capace di ribellarsi alla pretesa di fare da sé, capace di fidarsi del Padre anche quando sembra chiederti cose assurde, capace di vivere una vita per gli altri. Quel Gesù che grazie ad una vita vissuta così, fino alla croce, nella piena libertà di accettare le conseguenze di una scelta di amore incondizionato, è come se avesse cominciato a immettere nelle vene della storia un antidoto contro il veleno del peccato, di una libertà usata per me contro gli altri.
  1. Forse qualcuno continuerà a rinfacciarci di venire in chiesa e poi di comportarci come gli altri, se non peggio. Ma noi veniamo al Signore proprio perchè consapevoli di non essere in grado di sconfiggere con le nostre forze il peccato che il Nemico continua a seminare nel nostro cuore. Perciò imploriamo lo Spirito di perdonare i nostri peccati, ma sopratutto di vivificare il deserto che noi siamo con il suo amore che anima e rinvigorisce.

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