Solennità della SS Trinità

1. Parlare della Trinità è sempre come entrare in un terreno minato. Malgrado questo la Chiesa non si esime dal rischio di parlare del mistero di Dio: non di un Dio qualsiasi, ma di quello di cui le ha parlato Gesù di Nazaret. Non dimentichiamolo: su Dio possiamo dire ben poco e quel poco dipende da come ce lo ha raccontato Gesù. Qualsiasi affermazione su Dio che non trovi conferma nell’insegnamento di Gesù è falsa, da rifiutare, è paganesimo.

Insieme non dobbiamo dimenticare che la rivelazione di Dio che in Gesù trova pienezza è stata anticipata, è cominciata con la storia del popolo di Israele. Quello che si è fatto conoscere da Israele non è un altro Dio rispetto a quello raccontato da Gesù. Questo è il motivo per cui il rapporto di noi cristiani con l’ebraismo dovrà essere sempre di grande devozione: ad Israele Dio, il nostro Dio, si è rivelato, ha cominciato a mostrare il suo volto, nella storia di quel popolo ha posto le premesse per il suo pieno svelarsi …

2. Per questo oggi mi soffermerei sulla prima lettura tratta dal libro della Genesi, avendo davanti agli occhi la stupenda icona di Andrei Rublev che la raffigura. Nel racconto si parla di Abramo e Sara, ormai anziani. Ad Abramo Dio aveva promesso terra e discendenza e a partire da questa promessa Abramo aveva lasciato la terra dei suoi padri, le tradizioni della sua famiglia, le divinità dei suoi antenati. Aveva cominciato una nuova vita. Ma la promessa di Dio si appannava sempre più nella sua memoria ormai vacillante. Forse Abramo avrà pensato che si era trattato di un abbaglio di gioventù, che non c’era un Dio che gli aveva parlato e che il cielo era abitato da tante divinità beatamente disinteressate alla storia degli umani.

È in questo stato di depressione e di scoraggiamento che la sorpresa di Dio si manifesta. E si manifesta attraverso la visita di cui parla la pagina di Genesi ascoltata nella prima lettura. Tre misteriosi personaggi si avvicinano alla sua tenda “nell’ora più calda del giorno”. Curioso questo Dio che rischia di farsi mandare al diavolo: Abramo forse stava facendo la siesta, era stanco per il lavoro, appesantito dal caldo implacabile di certe giornate mediorientali. Eppure, intuisce in quei tre viandanti una presenza misteriosa, meritevole di accoglienza e di ospitalità. Quasi ad anticipare quanto Gesù rivelerà: “ero straniero e mi avete ospitato”. Si parla di tre uomini, ma Abramo dice “mio Signore”. Lo stesso testo oscilla tra la terza persona plurale (poi gli dissero) e la prima persona singolare (riprese). Sono tre, ma vengono considerati come uno. I Padri della Chiesa, illuminati dalla rivelazione di Gesù, ci videro una prefigurazione delle tre persone divine della Trinità.

L’opera di Rublev rappresenta i tre ospiti seduti ai tre lati della tavola preparata da Abramo: resta vuoto il quarto lato che è idealmente destinato ad essere occupato da ciascuno di noi, invitati a contemplare l’icona. A dire che il mistero della Trinità è anzitutto un gesto conviviale, un invito a prendere posto ad una tavola, un invito ad entrare nell’intimità di una relazione, di quella relazione che è Dio stesso, la negazione di ogni freddo e superbo individualismo.

3. Il racconto della Genesi nella sua semplicità ravviva anche in noi la speranza nell’azione salvifica di Dio nella nostra vita. Un Dio che non se ne sta tranquillo e beato in cielo nella torre d’avorio della sua solitudine. Ma un Dio-Trinità, un Dio-Comunità che, se è “amore” come scrive san Giovanni, deve diffondersi, uscire da se stesso, comunicarsi. Un amore che per essere accolto, per essere capito, ha bisogno di incontrare nell’uomo alcune virtù, alcune condizioni presenti in Abramo nell’incontro alle Querce di Mamre. Virtù che si possono riassumere nella disponibilità a lasciarsi disturbare dall’arrivo dell’altro, …

– di un altro che mi serve per capire chi sono io, contro la pretesa di trovare solo in me le risorse per essere felice

– di un altro attraverso il quale si rende presente Dio stesso che vuole irrompere nella mia vita e trasformarla.

Pensiamoci: Abramo e Sara erano vecchi e sterili, la loro eredità – secondo le norme delle popolazioni beduine – sarebbe finita al capo dei loro servi, il loro nome sarebbe finito nel nulla, perduto nel vento del deserto, come lacrime nella pioggia: la loro identità si sarebbe persa per sempre. Sarà un gesto di squisita ospitalità verso tre stranieri arrivati all’improvviso durante la pennichella di un caldo pomeriggio a schiudere loro un inaspettato futuro: un anno dopo quella visita Sara avrebbe tenuto in braccio quell’Isacco figlio della promessa il cui nome significa “sorriso di Dio”.

4. Certo che Abramo non avrebbe mai immaginato che Dio si sarebbe manifestato in quel modo! Di certo la sua accoglienza glielo hafatto incontrare. Non pensiamo che questa pagina abbia qualcosa da dire a noi occidentali, popoli anziani e sterili, alle cui porte bussano uomini e donne che forse oggi ci sembrano essere motivo di disturbo e dai quali facciamo di tutto per difenderci, ma che potrebbero essere un modo con cui Dio si vuole rivelare a noi e offrirci un inaspettato futuro di giovinezza e di speranza?

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