IV Domenica dopo Pentecoste

  1. Dopo il racconto del peccato di Adamo e di Eva, il libro della Genesi mostra come questo peccato si è propagato nella storia come un’onda distruttiva, capace di rovinare persino le realtà più belle, mortificando gli stessi legami d’amore e di sangue. Lo mostra emblematicamente l’omicidio di Abele commesso da Caino, suo fratello e narrato nella famosissima pagina appena ascoltata e che in sostanza ci vuole insegnare che ogni omicidio è un fratricidio.
  1. Non è facile capire che cosa portò Caino alla decisione del fratricidio, così come non è facile capire che significa che “il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta”. Insomma, perchè Caino arrivò a quell’irritazione, a quel volto abbattuto che altro non sono che un modo per parlare di quell’invidia capace di sgretolare persino i legami più solidi come quelli di sangue? L’autore del testo sacro non ci dà molti indizi per rispondere a queste domande, ma ci fotografa un dato inquietante: neppure i legami di sangue sono garantiti dal mistero del male, dal risentimento, dall’invidia. Un’invidia che è indisponibilità ad accettare una differenza culturale (pastore, agricoltore) o religiosa (v. i due diversi sacrifici) e che alla fine è una mancanza di fede: è l’incapacità di riconoscere il cuore grande di un Dio che ama tutti i suoi figli, che non vuole che nessuno di loro si perda, anche se talvolta le vicende della vita ci danno l’impressione contraria. A pensarci bene, Caino è un po’ come Giuda che si impicca non perchè il suo peccato fosse più grave di quello di Pietro, ma solo per non aver saputo incrociare lo sguardo di misericordia di Gesù che scatenerà il pianto di Pietro e la sua guarigione. “Se Dio” avrà pensato Caino “predilige Abele, non si curerà più di me!”. Da questo fraintendimento al fratricidio il passo fu breve.
  1. Non solo. A questa mancanza di fede, si assomma una mancanza di dialogo. Il testo della traduzione italiana dice “Caino parlò al fratello Abele”. Ma poi non precisa che cosa si dissero, andarono in campagna e Caino ammazzò Abele. L’originale ebraico è molto più eloquente: “Caino disse ad Abele suo fratello …”. La frase finisce lì. Caino non parla al fratello, tra il suo risentimento, la sua invidia e il fratello non mette in mezzo la parola. E proprio la mancanza di dialogo sfocerà in una inaudita violenza. Anticipazione di una storia che è la nostra storia, quella delle nostre famiglie, di ciascuno di noi che ci troviamo o ad aver subìto qualche torto da quelli di casa, o ad averne commesso qualcuno per il quale non siamo ancora stati capaci di chiedere perdono. Profezia di un mondo – il nostro – che dopo 2000 anni di cristianesimo ci vede ancora sentenziare: “amore di fratelli, amore di coltelli”. Un mondo – il nostro – orgogliosamente presentato da alcuni come portatore di radici cristiane, ma che non è stato capace di limitare le ingiustizie e gli squilibri nel pianeta e che secondo Benedetto XVI ha inventato quella globalizzazione che ci ha resi più vicini, ma non ci ha resi più fratelli (cfr CV 19).
  1. Dunque, il problema sta nella fraternità da recuperare e di cui scoprire le fondamenta che risiedono nella fede in un Dio che è Padre e su cui insiste Gesù nella pagina del Vangelo di oggi con conseguenze concrete che potrebbero anche inquietarci: “se ti rendi conto che un fratello ha qualcosa contro di te…”. Capite? Non se tu hai qualcosa contro un fratello, ma se lui ha qualcosa contro di te. Forse oggi saremmo dovuti uscire tutti di Chiesa. 
    Eppure, ci siamo rimasti e abbiamo fatto bene, perchè abbiamo ascoltato una Parola che ci ha offerto un grande insegnamento che possiamo formulare così: senza una relazione di fede con Cristo, la fraternità e la stessa filantropia hanno spesso il fiato corto. Pensate alla Rivoluzione francese e ai tre slogan: libertà, uguaglianza, fraternità. Delle prime due tutti parlano. La terza è sparita: senza Dio non sarà mai possibile edificare un mondo fraterno. Dopo il peccato di Adamo le nostre forze sono profondamente debilitate al punto che la stessa fraternità, la stessa filantropia finiscono per ridursi ad un impegno selettivo, distinguendo i “nostri” dai “non nostri”, quelli che meritano la nostra cura e quelli che non se la meritano. Si arriva a proporre una concezione massonica di fraternità, mafiosa, per cui il vocabolario è cristiano, ma i contenuti del discorso e dell’operare sono fondamentalmente pagani.
    Solo quella fede di cui parla la lettera agli Ebrei e che ci fa avvicinare a Gesù sarà capace di spingerci ad un amore fraterno, anche non ricambiato, ma continuamente ricercato per esprimere la riconoscenza nei confronti di un Dio che continua a prendersi cura di noi – come di Caino – benedicendoci con il sole e con la pioggia anche quando cediamo alla malvagità.
  1. Pagine difficili, ma anche pagine di speranza. Torniamo alla lettera agli Ebrei. Nell’elenco degli uomini di fede, dopo Abele si parla di un certo Enoc che – secondo la tradizione biblica – non sperimentò la morte, proprio per la sua relazione con Dio. Pensate, Enoc era figlio di Caino, eppure fu capace di dominare quel peccato accovacciato alla porta del padre fratricida. Enoc divenne un esempio che ci si può liberare dal passato, che il male di chi ci ha preceduto può essere in qualche modo sconfitto, che da un padre malvagio può anche venire un figlio buono. Lo è stato per Enoc, lo può essere anche per noi. La cattiveria di chi ci ha preceduto non potrà condizionarci in eterno. Persino un bambino nato in Ucraina in questi giorni potrà un giorno liberarsi dalla schiavitù della vendetta, se solo accetterà il rischio di riconoscersi figlio di Dio, fratello do ogni essere umano.

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