V Domenica dopo Pentecoste

  1. Dopo i temi della creazione, del peccato e del conflitto tra fratelli, questa domenica la liturgia pone una questione solo apparentemente accademica che si riassume nella domanda con cui si apre il Vangelo: “sono pochi quelli che si salvano?”. Che, tradotto, potremmo formulare così: il Dio della Bibbia può sopportare che con tutta la fatica che ha fatto per mettere in piedi la storia della salvezza, poi masse innumerevoli di uomini e di donne finiscano per rovinare tutto, la vita degli altri e la loro stessa vita? che cosa ha in mente il Dio della Bibbia a proposito dell’inferno: possibile che non sia disturbato dal fatto che gli umani possano sbagliare la propria vita in un modo così definitivo? come si fa a tenere insieme il sogno di Dio che come padre-madre vuole vedere tutti i suoi figli, nessuno escluso, riuniti per la festa del paradiso, e l’immenso rispetto che questo Dio padre-madre ha nei confronti della nostra libertà?
  1. Le risposte a queste domande formidabili sono, a partire dalle letture di oggi, insieme impegnative e responsabilizzanti. Perché è come se Dio dicesse: guarda che se saranno tanti o pochi quelli che si salveranno, questo dipenderà un po’ anche da te! Potremmo tentare di riassumerle in questo modo:
  • Il Dio di cui ci parla il racconto della Genesi è un Dio che si aspetta da parte di ciascuno di noi la condivisione di un anelito universalistico, del suo desiderio che tutti i figli di Dio entrino nella festa. Lo scopo di quel mercanteggiare di Abramo con Dio che cos’è se non una strategia per far crescere in Abramo la stessa compassione che abita il cuore di Dio. Abramo si ferma a 10 giusti. Ma magari Dio avrebbe accettato anche un prezzo più basso pur di non distruggere Sodoma e Gomorra. In fondo al mondo nessun può definirsi giusto al suo cospetto. L’unico giusto fu il Figlio Gesù: lui morì per permettere a tutti noi, ingiusti, di poter vivere, di potere accedere alla festa del paradiso. 
    E allora che bello che Dio voglia confidare il suo pensiero ad Abramo, che la Scrittura chiama l’“amico” di Dio! E che bello che Abramo discuta con Dio. Dopo tutto non gliel’aveva forse promesso Dio che sarebbe diventato “padre di molti popoli”? E tra quei popoli, tra quelle genti non c’erano forse anche quelli di Sodoma? Se Caino non aveva voluto farsi custode del fratello, Abramo si fa custode degli abitanti di Sodoma e Gomorra. È come se Abramo prendesse sul serio quella sua paternità universale. E “tira sul prezzo” con Dio: se si trovassero cinquanta, quaranta, trenta, venti, dieci giusti …? 
    È struggente questa preghiera di intercessione, quasi che ad Abramo si spezzasse il cuore al pensiero di una distruzione, fosse pure distruzione per un male. Non possiamo leggere la preghiera di Abramo senza commozione: che bello se anche la nostra preghiera avesse questo orizzonte aperto e non fosse circoscritta a un mondo ristretto. Ma avesse la passione di Abramo, una passione per questa nostra terra, per questo nostro paese, per questa nostra città, che ci facessimo carico del male e del dolore del mondo. Abramo non si rassegna. Tenta anche con Dio, tenta anche quando sembra che non ci sia più niente da fare. Insegnamento prezioso per i nostri giorni: che significa pregare come Abramo di fronte al conflitto tra Russia ed Ucraina?
  • La seconda indicazione ci viene proprio dal dialogo tra Gesù e i suoi interlocutori raccontato dal vangelo. Penso che abbiamo tutti notato come Gesù risponda con un cambio di orizzonte sui “salvati”. In gioco, per chi poneva la domanda, erano gli altri. Se ne salvano pochi? Il discorso era alla terza persona. E Gesù senza esitazioni di sorta, con decisione, lo porta alla seconda persona. Come a dire: in gioco siete voi. Sforzatevi voi! “Voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta dicendo: “Signore, aprici”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete!”. Ma come? “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. E ora dici e lo ripeti anche: “Non so di dove siete!”. 
    Mi ha molto colpito questa affermazione, ripetuta: “Non so di dove siete!”. Si può mangiare e bere in presenza di Gesù, ascoltarlo fin sulle piazze ed essere di un altro paese, stranieri rispetto a Gesù. Un paese interiore, fatto di pensieri, di passioni, di emozioni. Il pericolo è reale. Non basta la frequentazione esteriore. Non so di dove siete, avete un altro modo di pensare, parlate un’altra lingua. E Gesù fa un’aggiunta: “Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia”. Quasi dicesse: “Non mi interessano le pratiche che riguardano me, si entra dalla porta non per opere che riguardano me – mangiare in mia presenza, ascoltare i miei insegnamenti –; la misura sono gli altri: se siete giusti o no con gli altri. Siete operatori di giustizia o operatori di ingiustizia? Di dove siete? Venite dalla giustizia, dall’onorare nella vostra vita la giustizia? E io l’ho onorata, la onoro, la giustizia? È il mio paese, è la mia città? La giustizia! Ma ecco che Gesù sorprendentemente, allarga l’orizzonte. Sentitelo: “Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio”. Questo significa che operatori di giustizia si può essere sotto tutti i cieli, da tutte le terre, dai mondi più diversi: “Siederanno a mensa nel regno di Dio”!
  1. Ecco allora perché il pensiero di Gesù rispetto alla salvezza degli uomini è impegnativo e responsabilizzate: la porta è chiusa se il cuore è stretto, se i miei pensieri sono stretti, se la mia visione della vita, degli altri, della società, è stretta. La porta è aperta e spalancata se, quando leggo: “Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio”, vengo preso da sussulti di gioia, da entusiasmo, da sogni, in sintonia piena col sogno di Dio. A volte si fa fatica a realizzarlo. Ma tu vai in quella direzione, perché quella è la direzione di Dio.

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