IX Domenica dopo Pentecoste

  1. Domenica scorsa la liturgia metteva a tema un momento di svolta nella storia dell’antico Israele: la nascita della monarchia. Se ricordate, Dio non si mostrò entusiasta di questo orientamento del popolo, ma lo assecondò. Ne venne l’elezione di Saul, il primo re: un disastro, un fallimento. Ed ecco il piano B che ruota attorno ad un’altra figura di re che fa da filo rosso nelle tre letture di questa domenica, quella di Davide, ultimo tra i figli di un uomo di Betlemme, Iesse, cui viene inviato il profeta Samuele per operare una scelta che fosse secondo il cuore di Dio, una scelta che mostra come il nostro Dio non si lascia nè spaventare, nè deludere dai nostri fallimenti. Un Dio che viene a recuperarci anche nei guai in cui ci cacciamo. Un Dio che ricomincia e dice a Samuele “riempi di olio il tuo corno e parti”.
  2. E così Samuele si reca nella casa di Iesse, passa in rassegna i suoi figli, ma intuisce che il nuovo criterio di Dio non è più quello della bellezza, quello della forza, della spregiudicatezza. E così manda a chiamare il più piccolo, quello che stava a curare le bestie, che forse aveva visto tutto quel movimento in casa dopo l’arrivo del profeta Samuele, ma non aveva brontolato, non aveva fatto i capricci. Quello che quando viene chiamato obbedisce ed entra nel gioco. “Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura, io l’ho scartato, perché non conta quello che vede l’uomo. Infatti, l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore”. Parole pronunciate tremila anni fa, ma ancora lontane dall’entrare nel sangue almeno di coloro che su queste Scritture vogliono ispirare la vita, noi che ci gloriamo delle radici ebraico-cristiane della nostra cultura e tolleriamo, assecondiamo la prestanza fisica, la spregiudicatezza, le leve politico-economiche, l’affabulazione, …
    Anni fa, in un incontro in aula Nervi con gli allievi delle scuole dei gesuiti a Roma, rispondendo alla domanda di una bambina Papa Francesco ha risposto: “Se uno dovesse coltivare nel cuore l’ambizione, il sogno di diventare Papa, bisognerebbe farlo vedere dal medico: uno che vuol diventare Papa è uno che vuole il proprio male e non è bello volere il proprio male”. E incontrando i Nunzi, gli ambasciatori della Santa Sede presso i governi degli Stati, ha raccomandato: “Il primo criterio per scegliere chi potrebbe diventare vescovo … è che non ne abbia voglia”.
  3. Ma torniamo a Davide. Tra tutti i re che si sono succeduti in Israele, solo il suo nome è rimasto legato alla figura del Messia, al punto che ancora al tempo di Gesù il Messia veniva considerato “figlio di Davide”. Ma che cosa volesse dire realmente questa espressione rimaneva oscuro e la discussione riportata dal Vangelo di oggi ne è un esempio. Al tempo di Gesù la dinastia davidica era ormai un albero rinsecchito dalla meschinità e dalla malvagità dei successori del figlio di Iesse. Dunque, fa problema tutta l’enfasi con cui nei testi dell’A e NT risuona il nome di Davide. Già, perché è vero che quel giorno in cui Samuele lo scelse si dimostrò persona discreta, capace di stare al suo posto. Così come è altrettanto vero che in occasione dello scontro con Golia agì come un credente prima che come un combattente. Ma non possiamo dimenticare che la Scrittura stessa non tace nessuno dei suoi misfatti, dei suoi abusi di potere, del suo appiattirsi sull’arroganza propria di chi domina i popoli. Davide fu un sanguinario senza scrupoli e se Gesù accetterà di essere chiamato “figlio di Davide” lo farà per dire, sì fate bene a chiamarmi figlio di Davide, ma il modo con cui svolgerò la mia missione, il mio modo di essere re, di essere Messia, non sarà un prolungamento di quello che fu lo stile del mio antenato. 
  4. Gesù accetta di essere il discendente di Davide, ma per mostrare un modo totalmente diverso di esercitare la regalità. Anche se nella storia della Chiesa questa maniera alternativa con cui Gesù è stato re spesso è stata dimenticata: abbiamo preferito immaginare la regalità di Gesù alla stregua dei sovrani umani e così la Chiesa si è sentita in dovere di scimmiottare le modalità umane di vivere la regalità. Specie dopo la svolta costantiniana la Chiesa divenne un’appendice dell’Impero, ne imitò gli sfarzi e gli intrighi di corte. Ma la Chiesa non solo non può confondersi col regno di Dio dal momento che il regno di Dio la supera, la trascende, … La Chiesa – e al suo interno i cristiani – non può mai dimenticare che Colui che l’ha voluta e fondata, colui che la sostiene è stato un re ben diverso dai tanti sovrani umani squallidi e meschini che si sono alternati e continuano ad apparire sulla faccia della terra.

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