I Domenica dopo il martirio di San Giovanni il precursore

  1. Nell’antica tradizione della Chiesa di Milano la festa del martirio di Giovanni Battista ha sempre avuto un significato particolare: dopo la morte del precursore è come se avesse inizio un tempo nuovo, come se finisse il tempo dei profeti, delle “voci” attraverso cui Dio parlava. Dopo la morte di Giovanni inizia il tempo della Parola, perchè in Gesù Dio parla direttamente agli uomini, senza bisogno di intermediari.
    In Diocesi abbiamo celebrato nei giorni scorsi la festa del martirio di Giovanni Battista e per questo il Vangelo di oggi, prima domenica dopo questa festa, ci parla del momento in cui “il Signore Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato”. Giovanni esce di scena, da lì a poco sarà ucciso e Gesù entra sul palcoscenico.
  1. Dunque, Giovanni rappresenta quello che chiamiamo l’Antico Testamento, la Prima Alleanza che trova in Gesù sia elementi di continuità che di discontinuità
    Quando parliamo di continuità intendiamo dire che con Gesù non inizia una storia completamente nuova, che non si parte da zero, che non si può capire Gesù senza conoscere la storia che ha alle spalle, la storia del popolo di Israele. Le prime parole con cui Gesù dà inizio alla sua missione pubblica sono: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”. Le stesse parole usate da Giovanni all’inizio della sua missione. A dire che quando c’è di mezzo il Dio della Bibbia è necessario essere disposti a cambiare, a cambiare il cuore, a cambiare il modo di pensare a Dio, il modo di stare con gli altri uomini. Non si può essere credenti nel Dio della Bibbia senza lasciarsi mettere in discussione dalla sua Parola. Lo denunciava il profeta Isaia, 700 anni prima di Cristo: “Poiché voi rigettate questa parola e confidate nella vessazione dei deboli e nella perfidia…”; potremmo continuare noi parafrasando “i vostri progetti umani saranno fragili, pieni di squarci non riparabili”. Bisogna cambiare il cuore, lo richiamava Isaia, lo denunciava il Battista, lo chiedeva Gesù.
  1. Ma dicevamo anche che Gesù rispetto a Giovanni e a tutto l’Antico Testamento porta una decisa discontinuità, elementi di novità che devono entrare nello stile dei discepoli di Gesù.
    “Da allora”, è scritto, cioè da quando seppe dell’arresto di Giovanni, “Gesù si ritirò nella Galilea e andò ad abitare a Cafarnao sulla riva del mare”. Anche Giovanni all’inizio della sua missione si era ritirato e viveva in zone desertiche, mentre Gesù si ritira in città, a Cafarnao, luogo di fermenti, incrocio di carovane e di umanità in un lago detto di Tiberiade, ritenuto impuro, in una terra di confine disprezzata dagli ebrei doc di Gerusalemme, perché terra di meticciato religioso. È qui che risuona la Parola, è qui che il regno dei cieli si fa vicino. Non nel deserto, ma nella città, nell’incrocio delle genti.
  1. Dunque, con Gesù inizia qualcosa di nuovo. Le parole sono le stesse di Giovanni, ma lo stile di Gesù è per certi versi agli antipodi. Gesù si immerge nella città, non ha paura di farsi contaminare da chi la pensa in modo diverso da lui. Non ci chiede di uscire dalla città, semmai ci chiede di uscire da una mentalità vecchia, quella di chi pensa che l’amore di Dio bisogna guadagnarselo con rinunce e sacrifici, quella di chi è veloce a puntare il dito su chi è diverso, quella di chi – come Giovanni – sa solo minacciare fuoco sui peccatori. Anche Giovanni aveva bisogno di convertirsi: predicava un Dio castigamatti e il concetto di misericordia non apparteneva al suo vocabolario. Gesù, colui che raccoglie il testimone di Giovanni, non conosceva questi toni, lui che suggeriva di dare un goccio d’olio anche ad un lumino dalla fiamma smorta.
  1. La novità di Gesù si chiama “regno dei cieli”: non un luogo, ma il mistero stesso di un Dio che si fa vicino, che non aspetta che ci meritiamo la sua amicizia per offrircela. Scrive Paolo ai Romani: “Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi”.
    Questa è la novità: il regno di Dio si fa sempre più vicino nelle case e per le strade delle nostre città quando in una casa tu entri o esci, come entrava e usciva Gesù, quando avvicini e ascolti come avvicinava e usciva lui, quando preghi o cammini come pregava e camminava lui, quando sostieni i deboli o ti indigni per i soprusi, come faceva lui.
    Questa è la discontinuità portata da Gesù e questa è la discontinuità che è chiesta alla Chiesa. Papa Francesco più volte ha avuto modo di dire che non ha paura di una Chiesa che cammina con la gente e magari sbaglia. Lo spaventa una Chiesa chiusa in se stessa e per questo ammalata. Sia questa la nostra preoccupazione.

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