II Domenica dopo il martirio di San Giovanni il precursore

  1. La questione posta dalla prima lettura, da questa bellissima canzone contenuta all’interno del profeta Isaia è seria e riguarda la possibilità, il rischio di … mandare a monte l’amore di Dio nei nostri confronti. Abbiamo spesso ricordato come l’intenzione salvifica di Dio nei confronti degli uomini sia incondizionata e universale: vuole bene a tutti e a prescindere dal fatto che ce lo meritiamo. Ma è anche altrettanto vero che questo amore non funziona come per magia: ha bisogno della nostra adesione, della nostra collaborazione per produrre un cambiamento nelle nostre vite. “Quel Dio che ci ha creato senza di noi, non ci salva senza di noi” scriveva Agostino. Siamo stati chiamati, scelti, per una cosa grande come la storia, ma questa predilezione non è un privilegio, è una responsabilità rispetto alla quale si può anche seriamente correre il rischio di fallire…
  1. È questo il senso delle letture di oggi che si aprono con il cantico della vigna che intuiamo tutti essere una dura requisitoria del profeta Isaia nei confronti del suo popolo, vigna prediletta dal Signore, curata, coltivata, protetta, accudita, ma alla fine tragicamente ingrata: “si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, rettitudine ed ecco grida di oppressi”. Israele da sempre si era chiesto “ma perchè proprio io?” e i suoi più raffinati sapienti avevano risposto: non certo perchè sei il popolo più santo, più intelligente, … sei stato scelto e basta, in modo gratuito; ma attento bene: sei stato scelto non per adagiarti sul comodo divano della tua presunzione e arroganza, bensì perchè, stupefatto di tanta benevolenza e colmo di gratitudine nei confronti del tuo Dio, tu riuscissi a sentire in qualche modo una grande responsabilità nei confronti del resto del mondo; una responsabilità nel far sapere a tutti di questo Dio e dunque la preoccupazione di renderti gradito, simpatico, affabile, credibile e non superbamente altezzoso, diverso, separato.
  1. Questo nella storia dell’antico Israele non sempre è accaduto. Israele – malgrado gli innumerevoli doni ricevuti dal suo Dio – spesso non è stato capace di mostrare una “differenza” che trasparisse non certo dalle solenni liturgie del Tempio, quanto dalla liturgia della giustizia, dell’attenzione agli ultimi, di una politica capace di redistribuire con equità la ricchezza prodotta nel paese. Di qui il lamento di Isaia, autorevole interprete della delusione di Dio stesso.
    La parabola dei due figli nel brano di Matteo conferma la pagina di Isaia. Quando Matteo scriveva, nella Chiesa emergeva una situazione assolutamente inaspettata: gli ebrei che, nonostante la loro fede in Dio non avevano creduto in Gesù, non lo avevano riconosciuto come il Messia atteso, assomigliavano al figlio disobbediente della parabola. Invece i cristiani, che provenivano in gran parte dalla vita peccaminosa del paganesimo, dal momento della conversione, assomigliavano al figlio obbediente. 
  1. Ma intuiamo tutti che quella parabola venne riportata perchè quanto era successo all’antico Israele poteva ripetersi anche con il nuovo Israele che è la Chiesa di ogni tempo. E cioè che il dono inestimabile della fede, l’aver ricevuto un’educazione cristiana, l’essere vissuti in una storia segnata dalle radici del vangelo, anche per noi sono da pensarsi non come un privilegio sul quale adagiarci, ma come una responsabilità nei confronti di tutta l’umanità. Guai a pensare alla fede come a una questione che riguarda la nostra individuale salvezza. In Paradiso, o ci si va con gli altri, o riusciamo a portarci dietro altri fratelli e sorelle, oppure temo proprio che non riusciremo ad entrarci neppure noi. Il figlio disobbediente descrive un’appartenenza ecclesiale dei praticanti non credenti, di chi si accontenta di fare qualche gesto, di pagare qualche offerta, senza arrivare a quella “pratica” che passa certo dalla liturgia, ma per arrivare ad una vita cambiata, alla costruzione di rapporti di giustizia e di rispetto della dignità delle persone.
    Don Tonino Bello, vescovo di Molfetta, a questo proposito metteva in guardia da un “cristianesimo ovattato, rassicurato, consolato” ed invitava, simpaticamente, i sacerdoti più che a consolare gli afflitti, ad “affliggere i consolati, cioè a far stare un po’ male coloro che si sentono tranquilli, sicuri” …

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