III Domenica dopo il martirio di San Giovanni il precursore

  1. Le letture di oggi sono come quei grandi pagliai, guardando i quali ci domandiamo che cosa ci sia di interessante e di prezioso tra tanta paglia, ma che nascondono – se solo abbiamo la pazienza di cercare – qualche pagliuzza di oro prezioso. Dunque, voglio provare a stanarla, a metterla in evidenza, perchè la nostra settimana ne resti arricchita ed illuminata.
  1. Mi fermo anzitutto sul brano evangelico dove Gesù esordisce in un modo inconsueto: “Non meravigliatevi di questo…” e per due volte ripete “Viene l’ora, ed è questa in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio … viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce”. Gesù ci dice che anche i morti ascoltano la voce del Figlio di Dio, la sua voce. E questo non deve stupirci. Per noi la morte è la fine di tutto, lo spegnersi della vita, delle parole. Ma per Gesù anche per i morti rimane aperta una comunicazione, tra lui e i nostri defunti. Se la morte spezza le relazioni della vita quotidiana con coloro che ci lasciano per sempre, non spezza la relazione con lui. In un altro passaggio del vangelo di Giovanni spesso usato nella liturgia dei defunti troviamo questa affermazione consolante: “Vado a prepararvi un posto … poi ritornerò e vi prenderò con me, perché siate dove sono io” (Gv 14,2s). Non andiamo verso il nulla, nessuno tema di essere lasciato solo, senza un posto, senza la compagnia di Gesù. 
  1. Questa cosa per noi cristiani ha un nome: “comunione dei santi” e dice che un misterioso ma vero legame ci unisce tutti e che quanto abbiamo costruito nella nostra vita in termini di legami di amore e amicizia, fatiche e gioie, case e famiglie che abbiamo edificato, … tutto sarà custodito. E questo significa che se i morti ascoltano la voce del Figlio di Dio, allora essi non sono una povera cosa destinata a finire nella polvere della terra o nel fuoco del crematorio che tutto consuma. Se i morti, i nostri morti, ascoltano, vuol dire che vivono una misteriosa e vera relazione con Colui che è il Dio della vita. E così anche noi possiamo entrare in dialogo con loro. Per noi la morte è un silenzio che rende vano parlare con chi è morto; per Gesù la sua voce penetra nel regno dei morti e li richiama alla vita. Ci stupisce tutto questo? O non è un motivo straordinario per guardare con occhi diversi alla vita e alla morte?
  1. Una seconda “pagliuzza” d’oro che raccolgo riguarda un passaggio presente nella seconda lettura tratta della lettera agli ebrei, un’omelia scritta probabilmente per una comunità affaticata, tentata di lasciarsi andare, di perdere lo smalto di una vita cristiana bella ed affascinante, un po’ come noi, che continuiamo a frequentare la chiesa … ma che forse ci lasciamo andare ad una vita incapace di mostrare una qualche differenza rispetto a quanti la fede non l’hanno. A quei cristiani di allora e a noi, l’autore della lettera agli ebrei mi pare dica che essere cristiani è correre fissando lo sguardo su Gesù. Dunque, bisogna correre, bisogna muoversi, sentirsi sempre in viaggio: non ci si può adagiare bei comodi su abitudini e consuetudini. Di vita ne abbiamo una sola e non possiamo continuare a rimandare quelle decisioni che ci possono rendere più veri ed autentici. E poi bisogna fissare lo sguardo su Gesù, bisogna conoscerlo attraverso la sua Parola, attraverso le Scritture. Gesù è la questione seria del cristianesimo! Conoscerlo, avere una intimità con lui, ascoltarlo, parlare con lui è ciò che fa la differenza. Se negli anni ’70 qualcuno diceva “Cristo sì, Chiesa no”, oggi è facile imbattersi in persone anche di una certa cultura che ti dicono “Chiesa sì, Cristo no”, quei praticanti non credenti che si illudono di poter dirsi cristiani senza Gesù, che immaginano un cristianesimo senza croce, che pensano alla Chiesa come ad un intonaco che dovrebbe tenere su quel muro cadente che è ormai la nostra cultura occidentale e la sua società.
    Ma una Chiesa senza Cristo non potrà mai esistere, così come un essere cristiani senza guardare continuamente a Gesù, senza imparare da lui come pensare all’umano, ai rapporti degli uomini tra di loro, con Dio, con il cosmo…
  2. Ma consentitemi un pensiero conclusivo a partire da questa domenica che in Diocesi di Milano ci invita a riflettere sul seminario come un tempo nel quale dei giovani che hanno cominciato ad innamorarsi di Gesù, provano a capire se può valere la pena di consegnargli tutta la vita, per dire a tutti quanto il vangelo di oggi ci ha insegnato. Anche il seminario è partire per un viaggio che diventa possibile nel momento in cui uno scopre di essere importante per Gesù, di essere chiamato per una missione, malgrado peccati e fragilità. Quando si scopre questo, allora si risponde “eccomi!”. La storia di ogni ragazzo, adolescente, giovane che si affaccia al seminario col desiderio di diventare prete aiuta tutti a intendere la vita come vocazione, ad avere stima di sé, perché chiamati a servire.

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