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Sestesità: espressione concreta e vissuta di una solidarietà nella differenza

Lo scorso 23 giugno siamo tornati – in un clima di quasi normalità – a celebrare la festa di San Giovanni Battista, patrono della nostra Città.

Come chiese di Sesto San Giovanni abbiamo proposto due momenti: quello della celebrazione eucaristica nella parrocchia di San Giovanni e uno più innovativo rappresentato da una preghiera interreligiosa svoltasi il 24 giugno alle 19.00 in piazza Petazzi con rappresentanze del mondo cristiano, islamico ed ebraico ad indicare il coinvolgimento delle grandi esperienze religiose nella lotta contro la pandemia, per un ritorno sapiente e rapido alla vita normale.

Come da tradizione ormai consolidata, la festa di San Giovanni Battista è stata anche l’occasione per scrivere e diffondere una “Lettera alla Città” che quest’anno portava il titolo “Il ramo di mandorlo”, un’immagine mutuata da un passaggio del profeta Geremia che, in un tempo di calamità ed angoscia per il popolo di Israele, viene invitato da Dio ad osservare un ramo della pianta che per prima annuncia l’imminente primavera.

Ecco, come chiese di Sesto San Giovanni ci piacerebbe poter essere pensate come realtà profetiche, capaci di infondere speranza, di offrire segni di fraternità, di dire parole di dialogo con tutte le realtà della nostra Città, al di là di ogni distinzione religiosa, politica e sociale.

La Lettera può essere scaricata dal sito della nostra Parrocchia, ma in queste poche righe vorrei soffermarmi su due passaggi che mi sembrano particolarmente eloquenti e che tentano di tradurre nell’oggi quella che mons. Luigi Olgiati e Giovanni Bianchi avevano definito col termine di “sestesità”, espressione concreta e vissuta di una “solidarietà nella differenza”.

Il primo riguarda lo stile di accoglienza che da sempre ha caratterizzato il tessuto sociale di Sesto San Giovanni e grazie al quale ne è derivata una convivenza feconda per tutti. Su questa strada, come parrocchie cattoliche, intendiamo continuare a camminare, rinforzando le buone relazioni costruite ad es. con i cristiani ortodossi, con i copti e con i gruppi pentecostali, ma anche con la numerosa comunità musulmana. È nostra convinzione che amare la nostra Città significhi porre le premesse perché – al di là di paure e diffidenze spesso ideologizzate – i bambini e i ragazzi provenienti da questi mondi (a livello nazionale si tratta dell’11% dei minorenni), che frequentano la stessa scuola dei loro coetanei italiani, parlano la medesima lingua, giocano insieme, hanno uguali speranze, paure e fragilità legate all’età, possano crescere con la percezione di essere portatori degli stessi diritti e costruttori di un autentico bene comune.

In questa direzione, il secondo passaggio della Lettera da sottolineare non può che essere quello relativo all’educazione. La Lettera auspica l’elaborazione di un “patto educativo globale”, capace di coinvolgere le tante agenzie educative e di salvare i ragazzi che stanno sperimentando – specie in questa pandemia – una pericolosa solitudine che li chiude nella “rete” e nei “social media”, per diventare cittadini adulti e responsabili. Nel momento in cui stendo queste note mi giungono per nulla disturbanti, ma gradite e incoraggianti, le grida di bimbi, ragazzi ed educatori che finalmente sono potuti tornare a giocare e fare attività nel nostro, nei nostri oratori. L’incomprensibile proibizione che teneva chiusi gli oratori, ma di fatto permetteva un gioco anarchico ed incontrollato nelle piazze delle nostre Chiese ci auguriamo sia terminato per sempre.

Don Roberto Davanzo





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