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Non saremo noi a salvare il Natale, lasciamo piuttosto che sia il Natale a salvare noi

Non è senza un qualche fastidio che ascolto in queste settimane i ragionamenti del mondo politico tutto preoccupato di “salvare” il Natale. Dove intuisco immediatamente che ciò di cui si sta parlando ha ben poco a che fare con la memoria grata dell’evento che ha segnato una svolta nella storia dell’umanità: l’ingresso in questa storia del Dio che i cieli non possono contenere, il mistero del suo “restringersi” per rendersi visibile e comprensibile all’uomo.

Mi guardo bene dallo sminuire le preoccupazioni del mondo del commercio e del turismo in questa stagione drammatica segnata da una pandemia ancora ben lontana dall’essere sconfitta. Il problema semmai risiede in una cultura, in un modo di pensare e di sentire, tanto orgoglioso nel definirsi cristiano, quanto incapace di distinguere i più che legittimi interessi di tanti lavoratori del settore, dal significato profondo di un mistero che non potrà mai esaurirsi in un cenone di famiglia.

Anni fa il Card. Giacomo Biffi, con l’ironia che gli era propria, stuzzicava i cristiani notando che in occasione delle feste natalizie essi finivano spesso per far festa … dimenticando il festeggiato.

Ecco ciò che sta ancora accadendo: la riduzione delle prossime festività ad evento culturale e commerciale, come se ciò che conta è avere una scusa per fare festa, per scambiarsi regali, per “consumare”, … indipendentemente dal significato di quella “scusa”. Potrebbe essere la festa del ringraziamento (tipicamente statunitense), o quella di Eid al fitr (che segna la fine del digiuno di Ramadan), o quella di Sukkot (che ricorda la permanenza degli ebrei nel deserto sotto le tende per quarant’anni).

Non so se le misure restrittive di queste settimane riusciranno a “salvare il Natale”. Spero piuttosto che il Natale possa salvare quanti, nei nostri Paesi occidentali, si riconoscono in quell’evento e lo fanno oggetto costante di meditazione, per trarne un modo diverso e nuovo di vivere, specie in tempi calamitosi come quelli che ci hanno colpito. Un evento che dice due cose: intanto che l’uomo non potrà mai bastare a se stesso, che non riuscirà mai a trovare il bandolo della matassa ingarbugliata che è la vita; un uomo portatore di sogni infiniti e di altrettante infinite miserie. Ma a quest’uomo – ed è la seconda cosa su cui il Natale ci istruisce – Dio stesso si è fatto compagno di viaggio per condividere in pienezza con lui “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce” (GS 1). Così che quando preghiamo il Dio dei cristiani noi parliamo con qualcuno che sa da uomo che cosa vuol dire attraversare quella “valle di lacrime” che spesso è la storia umana. Nessuna altra religione mai è arrivata ad ardire a tanto e per questo la responsabilità di quanti, immeritatamente godiamo del dono della fede, dovrebbe farci tremare le vene ai polsi.

Non saremo noi e le nostre alchimie politiche e sanitarie a salvare il Natale. Lasciamo piuttosto che sia il Natale a salvare le nostre povere vite.

Don Roberto Davanzo

 





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