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Il nuovo anno svegliato dal tuono della guerra

Non possiamo certo dire che questo 2020 sia iniziato sotto i migliori auspici, se non altro dal punto di vista del cammino dell’umanità verso un’era di pace!

Non avevamo fatto in tempo a celebrare la 53^ Giornata Mondiale della Pace che venti di guerra sono tornati a soffiare impetuosi tra Stati Uniti e Iran, così come nella vicinissima Libia. E’ dal 2011 che due fazioni si contendono il potere dopo l’eliminazione del Colonnello Gheddafi voluta da diversi Stati occidentali che lo ritennero non più utile alle strategie di influenza in quella ricchissima regione nord-africana.

Non è ovviamente mia intenzione entrare nel ginepraio che entrambi questi conflitti rappresentano. Mi interessa piuttosto evidenziare alcune criticità da imparare a chiamare col loro nome, allo scopo di maturare un approccio minimamente onesto nel difficile percorso che ci possa condurre ad un giudizio illuminato e evangelicamente ispirato.

La prima considerazione da fare è che non esiste, né mai è esistita, una “guerra chirurgica” e che gli “effetti collaterali” sono sempre drammatici per le popolazioni coinvolte. L’abbattimento del Boeing ucraino colpito per errore da missili di Teheran ne è l’evidenza plastica. Non sappiamo quante vittime civili abbia provocato l’attacco iraniano alle basi americane in Iraq come rappresaglia dell’attentato al generale Soleimani. Sappiamo, invece, fin troppo bene, che dalla Libia – a seguito dell’acuirsi del conflitto tra Tripoli e Bengasi – cominciano ad imbarcarsi verso l’Europa non solo i profughi dell’Africa sub-sahariana o del Corno d’Africa, ma anche cittadini libici disperati e terrorizzati da una crisi di cui non si vede via d’uscita.

La seconda riflessione è che spesso questi conflitti, che si attuano in determinati territori, vedono coinvolti attori stranieri, ben lontani dalle popolazioni colpite. Le chiamano “guerre per procura”. Si tratta cioè di guerre d’esportazione, come avvenne in Libano, come avvenne in Siria, ed ora in Libia, dove Paesi musulmani appoggiano una parte o l’altra e dove Paesi del cosiddetto mondo occidentale si schierano su fronti contrapposti a dimostrare che il colonialismo è ben lungi dall’essere superato. Le Nazioni Unite e l’Unione Europea mostrano tutta la loro debolezza: non riescono a parlare con una sola voce e il sovranismo domina incontrastato. Non dimentichiamolo: il governo di Tripoli è riconosciuto dall’ONU e sostenuto dagli Stati Uniti, dal nostro Paese e dalla Turchia; il governo di Bengasi è appoggiato dall’Egitto, dalla Russia, dagli Emirati Arabi Uniti e dalla Francia.

Ma il segno massimo di questa ipocrisia, che da un lato invoca interventi unitari e dall’altro vede ciascuno Stato coltivare i propri interessi, è dato dal sempre fiorente mercato delle armi. Se questi conflitti si sviluppano è anche perché molti lucrano attraverso forniture di armamenti. Compreso il nostro Paese. Allora, come a Taranto abbiamo iniziato a chiederci il modo di tenere insieme il lavoro e il rispetto dell’ambiente e della salute, forse è venuto il tempo di affrontare il tema della riconversione dell’industria bellica: come garantire lavoro e benessere ai nostri cittadini, senza che questo lavoro e benessere debba essere pagato a caro prezzo dalle popolazioni in guerra? Il cammino verso una soluzione pacifica dei conflitti passa inevitabilmente attraverso la messa in discussione di questo settore dell’economia e degli istituti di credito ad esso collegato. Riusciremo a sentire, finalmente, qualche eco di pace tra tanti rumori di guerra?

Don Roberto Davanzo





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