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In cammino verso la “terra promessa”

Uno degli effetti della emergenza sanitaria che ancora stiamo attraversando è l’enorme quantità di angoscia che si sta sedimentando nelle nostre società. Secondo gli studiosi di questa materia, l’angoscia crea uno stato di ansia incontrollata che spesso si trasforma in paura: di qualcuno o di qualcosa su cui concentrare la rabbia accumulata (v. le accuse americane verso i cinesi o il gusto sottile con cui noi italiani abbiamo cavalcato l’ipotesi che il virus sia giunto dalle nostre parti partendo dalle terre bavaresi). Oppure, questa angoscia porta alla ricerca di un “capo” capace di prendersi cura di noi e così di farci autorizzare un autoritarismo accattivante per calmare l’ansia che sovrasta interi popoli. L’Ungheria ha approfittato di questo clima per diventare definitivamente una dittatura. Intonazioni autoritarie si infiltrano in molte costituzioni come una musica destinata a rimanere. Tutto questo potrebbe esplodere quando, in un non lontano futuro, cominceranno a manifestarsi i primi costi sociali di questa pandemia. E se questi costi non saranno presi in carico da politiche all’altezza della gravità non ci vorrà la sfera di cristallo per prevedere disgrazie infinite.

Qualche osservatore notava come Barack Obama, nel cuore della disfatta finanziaria del 2008, ebbe a dire: “Questa è una crisi che non possiamo permetterci di sprecare”.

Mi sentirei di sostenere questa tesi. Pensando che le crisi rappresentano momenti di “giudizio” provvidenziale, ci mettono su un crinale dal quale possiamo scendere o lungo un versante o l’altro, l’uno che ci renderà più saggi e più forti, l’altro semplicemente più ripiegati su noi stessi e dunque più frantumati, incattiviti, miopi. Il mantra che ci fa ripetere “andrà tutto bene” dovrebbe essere integrato con un “a condizione che …”. Non andrà tutto bene comunque: la crisi chiede una decisione, un discernimento, una capacità di mettersi in discussione come singoli e come popoli.

Il mondo del nostro prossimo futuro sarà come sospeso tra uno sguardo solidale (cfr. il “non ci si salva da soli”) e una cocciuta visione liberistica (cfr. “la cultura dello scarto”). Se abbiamo un minimo di buon senso credo che non potremo che tifare perché abbia il sopravvento la prima prospettiva, per evitare che gli scontenti e gli impoveriti finiscano per gettarsi tra le braccia degli “uomini forti” sempre pronti ad offrire soluzioni facili ed immediate.

In tutta questa situazione che cosa viene chiesto a noi cristiani? Quale supplemento di saggezza ricaviamo dalla frequentazione alla Parola di Dio e dall’accesso alla Grazia dei sacramenti?

Privati dei momenti liturgici e di una carità organizzata, per certi versi ci rimane la parola sapiente da offrire come ‘sacramento’ della prossimità di Dio. Ma – scrive un teologo bergamasco, Giuliano Zanchi – “certe parole non esistono già pronte. Nascono spesso dal concime della tragedia e occorrono torrenti di libertà spirituale per innaffiare il terreno che può farle germinare. Ma ne avremo altrettanto bisogno che di un sospirato efficace vaccino. Magari ci vorrà anche molto silenzio prima di trovarle”.

Prendiamoci questo tempo, ma sentiamo forte la responsabilità come singoli credenti e come Comunità cristiana di attraversare questo deserto per arrivare ad una “terra promessa”, ad un “dopo emergenza” che non potrà essere la stessa “terra d’Egitto” da cui si è usciti, lo stesso mondo che ha dato origine e ha permesso la schiavitù del Covid-19.

Don Roberto Davanzo





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