Il Santo Stefano e i suoi Parroci

Gli architetti inventano le «chiese di pietre”, raccolte dalle cave o rapinate alle montagne; i parroci costruiscono le «chiese locali », le comunità parrocchiali: le “pietre vive” sono gli uomini e le donne che l’andar del tempo, il progresso, le culture modellano ed offrono. Il progetto è dello Spirito Santo, l’artista del mondo, che essi rispettano ed interpretano, ma vi lasciano l’impronta della loro personalità e della loro pastorale. Non è possibile capire lo stile della “chiesa vivente di S. Stefano” ignorando i parroci che, con la fraterna collaborazione dei loro coadiutori, l’hanno indefessamente edificata e qualificata; perciò meritano una cordiale memoria.

Don Alfonso Brambilla (1873-1899)

Quando il Parroco don Luigi Zerbi morì, il 24 gennaio 1875, il coadiutore don Alfonso Brambilla che da appena due anni si era affiancato al suo ministero, si sentì investito dalla sua preoccupazione e dal suo zelo: dare alla gente la chiesa che le era assolutamente necessaria. Questo impegno gli riempì tutto il resto della vita, la cui vicenda divenne la vicenda stessa della chiesa. Il racconto della costruzione, stilato di suo pugno in nitidissima calligrafia, vale come racconto di una dedizione sacerdotale di grande dignità, quale volle per la sua chiesa. “E qui -chiude il racconto il14 ottobre 1892- mi è forza finire la narrazione mia, che mi ritrae davanti al pensiero tutta una serie di affanni e consolazioni, di disillusioni e di speranze, che furono la storia mia di questi ultimi anni”. Lo assale qualche dubbio, l’imbarazzo di lasciare notevoli debiti il pensiero che forse poteva fare le cose in modo ancora migliore … , ma poi si rasserena affidando tutto al Signore: “Sì tutto, o buon Dio, io spero da voi. L’opera della chiesa è l’opera vostra in mezzo a questo popolo: beneditela dunque. E l’animo sorreggete di quest’ultimo dei vostri ministri sicché dopo tante vicende, nella tranquillità dello spirito, oltrepassi. Il resto di mia vita e da voi finalmente riceva quella mercede, a cui so di non avere diritto ma che ben confido di ottenere dalla vostra misericordia veramente infinita. Così sia”.

Don Paolo Molteni (1899-1933)

La morte di don Alfonso Brambilla fu eletto parroco don Paolo Molteni, nato a Sesto San Giovanni il 15 agosto 1853. Ordinato sacerdote, celebrò la prima Messa il 16 aprile 1876, giorno di Pasqua, e dopo quasi quattro anni ritornò a santo Stefano quale coadiutore; il 29 giugno 1889, festa dei santi Pietro e Paolo fu nominato parroco dal vicario spirituale don Carlo Rovelli oblato e qui rimase fino alla morte sopraggiunta il 2 aprile 1933. Durante la sua carica, Sesto San Giovanni attraversò un periodo di grandi cambiamenti: infatti l’avvento dell’industria pesante all’inizio del secolo mutò la vita sociale e l’urbanistica del paese, le nuove fabbricazioni tolsero “la fisionomia delle plaghe campestri che s’andava a benedire, le nuove grandi vie aperte hanno abolito i vecchi crocicchi delle strade ove facevansi le fermate per le preghiere”, sorsero nuove chiese divenute in breve parrocchiali. Don Paolo Molteni, facendosi interprete delle nuove necessità del suo popolo, favorì il costituirsi di associazioni dando ad esse una impronta vivacemente cattolica: innanzi tutto quelle a carattere mutualistico quali la “Società Cattolica di Mutuo Soccorso S. Sebastiano contro la mortalità del bestiame bovino” (1904), la “Società di Mutuo Soccorso femminile Sacra Famiglia” e la “Società operaia di mutuo soccorso (1906) », infine la “Lega cattolica del lavoro (1908)”. Pensò anche alla fondazione di un Circolo a carattere ricreativo e sorse il “Circolo popolare cattolico San Clemente” (1905), da cui nacquero la cooperativa “F01·no sociale San Clemente” e la “Società edificatrice sestese” (1910) che costruì una casa a cinque piani. Egli, che alla inaugurazione della nuova chiesa di santo Stefano aveva diretto il coro, favorì certamente l’istituzione, in seno al Circolo, del “Corpo musicale Giuseppe Verdi”, della compagnia S. Cecilia ed approvò il costituirsi dell’”Unione sportiva Cesare da Sesto” di cui ebbe a rallegrarsi per i successi ottenuti.

Don Enrico Mapelli (1933-1948)

Nel 1933 divenne parroco don Enrico Mapelli, nato a Roncello l’11 gennaio 1880. Ordinato sacerdote nel 1905, fu destinato inizialmente a Cantù dove fondò la Cooperativa e la Cassa rurale; e poi al collegio Rotondi di Gorla Minore dal 1908 al 1915, dove fece nascere e fiorire circoli di associazioni cattoliche. Durante la guerra venne mandato cappellano militare al fronte e nell’aprile 1919 fu nominato vicario a Vedano al Lambro, dove fondò un circolo cattolico che nel ‘24 fu incendiato dai fascisti. Nominato parroco a santo Stefano, diede subito inizio alla costruzione del campanile; nel ‘37 furono benedette le nuove campane, nel ‘38 fu inaugurato il nuovo oratorio maschile e nel ‘40 fu pronta a canonica. Ma fu durante la seconda guerra mondiale che egli diede il meglio di se stesso, preoccupandosi di tutti i parrocchiani, specialmente dei prigionieri, dei feriti, dei dispersi e delle loro famiglie, suscitando la fede e la speranza nell’aiuto di san Clemente. La città di Sesto San Giovanni gli conferì la medaglia d’oro con questa motivazione: «Seppe, nei momenti difficili e tormentosi della Resistenza, non curandosi della propria persona, essere vicino ai suoi parrocchiani, difenderli contro tutti i soprusi e le ingiustizie … Fu l’animatore della Resistenza … La sua casa fu centro di collegamento del CLN. (Comitato di Liberazione N azionale) locale, dei comitati di agitazione e della formazione militare della 25” Brigata del Popolo … ‘’· Scelse il teatro parrocchiale come sede del Comando della 25” Brigata del Popolo: nascondiglio di armi e partigiani, fulcro di diffusione della stampa clandestina e di carte d’identità false per ottenere l’espatrio dei ricercati. Intervenne a liberare gli arrestati, riuscì a distruggere un elenco di un centinaio di operai destinati alla deportazione in Germania, evitò la fucilazione di un partigiano catturato dai fascisti, ottenne la celebrazione dei funerali religiosi per due operai del Villaggio Falck che erano stati fucilati. La vigilia del 25 aprile, prevedendo le probabili conseguenze dell’insurrezione, decise di istituire un ospedale provvisorio, mettendo a disposizione l’asilo Petazzi e trovando personale qualificato e quale direttore sanitario il dottor Marco Galbiati; le suore si prodigarono con entusiasmo e la popolazione offrì spontaneamente e generosamente l’aiuto per il materiale necessario. Il centro di pronto soccorso fu poi trasformato in modo adeguato per accogliere gli ex-internati nei campi di concentramento; l’Ospedale S. Clemente”, così fu denominato, era, infatti, “l’unico della provincia di Milano, all’infuori della città, in grado di soddisfare le richieste e le esigenze di questo massiccio rimpatrio”. Il coadiutore don Pietro Greco, insieme al alcuni volontari, raggiunse i campi di concentramento e guidò gli ex – detenuti al centro di raccolta, dove in quattro mesi 2.500 furono assistiti, curati e ricondotti alle loro case. Don Enrico Mapelli che di quest’opera fu l’ideatore, l’organizzatore, il realizzatore ebbe a dire: .,L’opera che abbiamo realizzato, ottimamente riuscita, di alto valore sociale, è soprattutto merito dei miei parrocchiani e di tutti i cattolici di Sesto San Giovanni” . Volle aprire la colonia di Edolo per continuare l’opera educativa che si svolgeva in parrocchia. Morì il 22 aprile 1948.

Don Paolo Marelli (1948-1958)

Don Paolo Marelli nacque a Saronno il 21 marzo 1906, fu ordinato sacerdote il 25 maggio 1929 e destinato dapprima a Cernusco Merate e poi – nel ‘34 – a santo Stefano come coadiutore; dopo dieci anni divenne parroco a Laveno e infine ritornò a Sesto come parroco, alla morte di don Enrico Mapelli. Già come coadiutore aveva dato nuovo impulso alla commissione missionaria, all’oratorio femminile, alla ricostituzione della biblioteca; ora si accinse a fare il parroco con nuovo ardore. Disse dal pulpito queste incitanti parole: “Chi sono io mai perché d’attorno a me si faccia tanta festa? Non sono io un uomo qualunque, come tanti altri? Ed allora perché tanto tripudio, tanto giubilo? Perché voi avete fede, e col vostro sguardo pieno di fede non vedete più in me la mia miserabile persona, ma vedete in me qualche cosa di ben più sublime e di ben più grande: vedete in me il Sacerdote, vedete Gesù Cristo stesso che io rappresento ed in nome del quale io ritorno in mezzo a voi. Resti questa vostra esultanza spirituale a testimonianza sicura della vostra fede» . In archivio sono conservate numerose lettere a lui indirizzate da parrocchiani che gli chiedevano sussidi materiali: testimonianza della sua disponibilità e della sua carità, che si esplicitò in particolare nel 1951 quando mise a disposizione l’asilo per accogliere gli alluvionati del Polesine; i profughi furono ospitati per parecchi mesi, usufruirono di una organizzata assistenza e dell’Ambulatorio sociale aperto dalla Cooperativa e dal Circolo S. Clemente, nel 1947 in via Dante. Ma don Paolo Marelli riceveva anche lettere ingrate e maldestre, rivelatrici del clima di grave intimidazione politica in cui ebbe ad operare; oggi, alla luce dei mutamenti all’Est, il suo comportamento si rivela ancor più profetico e magnanimo. Davvero Don Paolo fu un prete di grande statura morale! Tra le sue opere ricordiamo i restauri della chiesa prepositurale, in difficoltà a motivo di una falda che ne rendeva instabili le fondamenta, il rifacimento della cappella, l’inaugurazione del nuovo organo nel ‘53 e il rinnovo del battistero nel ‘56. Volle mantenere in efficienza il complesso scolastico che aveva avuto inizio nel ‘46 e che comprendeva la “Scuola Santa Caterina da Siena” e quella di «Gioventù Studentesca”; fece costruire il nuovo edificio per la Scuola di Avviamento Professionale Femminile, rinnovò la biblioteca «Alessandro Manzoni” nel materiale e nella attrezzatura; desiderò a Sesto San Giovanni la presenza di un settimanale cattolico ed operò per la realizzazione del “Luce” assegnando alla redazione la sede in via Giovanna d’Arco. Provvide alla erezione della nuova chiesa sussidiaria – che poi diventerà parrocchiale – dedicata a san Giovanni Battista, accanto alla quale fu costruito l’asilo, l’oratorio maschile e la canonica. Seguì con simpatia e incentivò le attività sportive, poiché egli stesso era stato un atleta ed aveva fatto parte della “Viribus Unitis” di Saronno; diede nuovo slancio alla “Società ginnastica Cesare da Sesto» che era stata chiusa al tempo del fascismo; per suo volere sorse all’oratorio la società “POSAL” per la quale fece costruire un attrezzato campo da gioco per la pallacanestro. Infine aveva in mente di realizzare un grande centro po- lisportivo, per accostare un maggior numero di giovani, con l’acquisto dei terreni dell’ex campo Marelli in prossimità di viale Italia; per garantirseli la parrocchia sborsò L. 170 milioni, ma il parroco non riuscì a veder realizzato questo suo vivo desiderio. Fu ricoverato la sera del 10 novembre 1957 alla clinica Masera di Monza, dove fu consolato ben quattro volte dalla visita dell’arcivescovo Montini ed il 16 dicembre dal decreto papale che lo elevava a Prelato Domestico di sua Santità “per le numerose benemerenze acquistate nell’incremento e progresso della religione cattolica»; da qui incise per i suoi parrocchiani un commovente messaggio ascoltato con viva attenzione il giorno di Natale: “Figli carissimi – così iniziava – dopo Dio siete tutto per me, siete la ragione e lo scopo stesso della mia vita, giacché per voi e per il vostro bene Dio mi ha fatto sacerdote”. La sua malattia fu lunga e dolorosa, ma egli ne conosceva il significato redentivo; aveva detto infatti il giorno del suo ingresso come parroco a S. Stefano: “Se non sarò capace da solo di far penitenza quando è necessario, prego Dio che mi mandi Lui dolori e sofferenze in modo che non manchi al mio apostolato quella caratteristica che ne garantisce l’efficacia. Sì, o Signore, io· mi dichiaro pronto a quei dolori, a quelle prove che tu riterrai opportune perché il mio apostolato sia fecondo e riesca davvero a salvare tante anime”. La sua morte, avvenuta alle 0.30 del 28 maggio 1958, fu annunciata all’alba dai rintocchi del campanone.

Don Teresio Ferraroni (1958-1966)

Don Teresio Ferraroni nacque a Gaggiano 1’8 dicembre 1913. Ordinato sacerdote dal cardinale Schuster il 6 giugno 1936, fu destinato al Seminario di San Pietro come insegnante di lettere; l’anno seguente fu mandato all’Università Gregoriana di Roma per frequentare la Facoltà di Diritto Canonico e, una volta laureato, giunse a Lecco dove sarebbe rimasto 18 anni. Insegnante presso il collegio ,, Alessandro Volta» organizzò i movimenti dei Laureati cattolici, degli Universitari e degli Scouts; durante la resistenza fu membro del C.L.N. lecchese e nel dopo guerra si dedicò alla organizzazione delle ACLI cittadine, tanto da essere nominato dall’arcivescovo Assistente Provinciale delle ACLI milanesi per l’anno 1956-1957. Essendogli stata clonata nel ‘48 una vecchia casa padronale in Olgiate Molgora, subito pensò di sistemarla come “Casa dei Ragazzi” con lo scopo di accogliere giovani disadattati. Giunto a santo Stefano il 21 settembre 1958, diede tosto grande impulso a tutto ciò che in qualche modo favoriva una cultura cattolica; dopo aver ampliato l’oratorio maschile, ingrandì la scuola Gioventù Studentesca, con sette nuove aule, potenziò quella Professionale S. Caterina,, nel ‘60 istituì la «Scuola diurna per segretarie d’azienda». Nel ‘62 furono inaugurate le nuove secli della Biblioteca Manzoni, del “Centro Culturale Ricerca”, del settimanale «Luce Sestese» e nuove aule scolastiche. Il Movimento Laureati Cattolici e il movimento Studentesco Sestese, già esistenti al suo arrivo, fiorirono e sotto la sua guida nacque anche il gruppo degli universitari cattolici (FUCI); a tutti diede vigore e una sede appropriata. La vita dei lavoratori fu oggetto delle sue attenzioni: si recò nelle fabbriche e diede vita agli «Incontri Aziendali». Non creò un centro polisportivo dove aveva pensato don Marelli: permutò il terreno acquistando quello dove sarebbe dovuta sorgere la chiesa eli San Carlo al Restellone e il terreno per la chiesa della Risurrezione, perché «tra i problemi di carattere pastorale incombenti in una città come Sesto San Giovanni” riteneva «i più gravi quelli delle nuove chiese parrocchiali, dato l’aumento costante della popolazione e il problema dei giovani ,; inaugurò invece nel ‘64 la nuova palestra “Olympia” progettata dall’architetto Paladini di Milano, perché ospitasse società sportive quali la «Cesare da Sesto , per l’atletica leggera e la «Polisportiva S. Luigi” (POSAL) e perché vi potessero svolgere le lezioni eli educazione fisica gli alunni delle scuole parrocchiali che ormai erano circa cinquecento. Nel ‘65 inaugurò il nuovo oratorio femminile con il complesso scolastico annesso: la scuola, per la sua continua espansione, non poteva più essere ospitata negli edifici esistenti! Alcuni lavori vennero eseguiti per sua iniziativa anche nella chiesa di santo Stefano. Furono rifatti i pavimenti dell’altare, del coro e della sagrestia, la quale fu rinnovata anche nella parte muraria e nell’arredamento; fu decorata la navata centrale e furono rivestite quattro delle colonne; lo stesso campanile ebbe un nuovo volto. Nominato Pro Vicario Generale dell’Arcidiocesi lasciò la parrocchia di santo Stefano; ma qui sarebbe tornato nel gennaio 1967 per la cerimonia della consacrazione episcopale. DON ALDO MAURI (1966-1978) Nato a Monza il 31 dicembre 1913, l’ancora ginnasiale Aldo Mauri iniziò a far parte delle «Aquile Randage”, i giovani scouts che non vollero sciogliere la loro associazione nonostante il decreto fascista e continuarono a vivere pur nella clandestinità; durante il liceo maturò la propria vocazione e, conseguita la maturità classica, entrò in seminario. Ordinato sacerdote nel 1936, fu destinato dapprima quale vice rettore nel collegio arcivescovile di Merate, due anni dopo nel seminario di S. Pietro martire a Seveso quale insegnante di lettere; continuò tuttavia ad incontrare e guidare come sacerdote il gruppo delle Aquile Randage. Nel ‘39 a Cesano Maderno fece opera di apostolato al Villaggio SNIA, in particolare con i prigionieri che lavoravano allo stabilimento: quattro di essi furono battezzati, uno cresimato ed altri ammessi alla prima comunione; venuto 1’8 settembre i prigionieri chiesero aiuto a don Aldo che li portò in salvo in Svizzera: erano un’ottantina circa. Ricercato in seguito a questo episodio, dovette allontanarsi dal villaggio e rifugiarsi presso il collegio di Cantù in attesa di tempi migliori. Per nove anni fu assistente diocesano dei Giovani di Azione Cattolica (GIAC); prima di giungere a Sesto San Giovanni divenne parroco a Milano in di S. Pietro in Sala. Infine, nel 1971, fu nominato vicario episcopale della zona di Monza e Sesto. Morì il 18 gennaio 1978 nella sala operatoria dell’ospedale S. Gerardo di Monza. A santo Stefano egli non potè continuare le opere di abbellimento della chiesa che aveva intrapreso mons. Ferraroni, perché dovette affrontare il costoso rifacimento del tetto della prepositurale; a lui stava pure a cuore il restauro dell’organo costruito dai fratelli Serassi, ma la morte non gli permise neppure di dare inizio ai lavori. Don Aldo si trovò a Sesto negli anni difficili del ‘68-’69, anni di contestazione civile ed ecclesiale, ma credeva alla assicurazione di Gesù Cristo: “Se il grano di frumento non finisce sotto terra e non muore, non porta frutto; se muore, invece, porta molto frutto” (Gv. 12,24). Tutti ricordano l’instancabilità della sua azione, la sua disponibilità a dare con generosità e ilarità tutto di sé, l’accoglienza senza prevenzioni o schemi, la sua carità: «Sembra ovvio, ma è raro trovare persone che sanno rinunciare al proprio piacere come don Aldo, non per un gusto della propria inclinazione, ma per ~m impegno della fede “. Le cose per lui più importanti erano: aver fede, pregare, meditare, fare il bene ed essere sempre in Grazia di Dio. Lasciandoci raccomandò: «Siate sempre fedeli alla gerarchia, uniti con tutti i Cristiani e presenti in ogni ambiente”.

Don Luigi Olgiati (1921-2006)

Don Lugi Olgiati è nato a Dairago il 27 gennaio 1921 ed è sacerdote dal 3 giugno 1944. Fino al 1958 ebbe l’incarico di direttore spirituale e di insegnante (ha conseguito la laurea in lettere alla Università Cattolica) nei seminari milanesi; poi – per dieci anni – quello di assistente diocesano dei giovani di Azione Cattolica. Rimase come prevosto nella parrocchia del ss. Redentore in Milano fino al ‘68, quando dal cardinale Colombo fu chiamato a succedere a monsignor Aldo Mauri. Attualmente è anche decano nella città di Sesto S. Giovanni. Collabora ad iniziative e pubblicazioni di argomento pastorale- liturgico-educativo, ed è membro della «Congregazione del Rito Ambrosiano’’ · Fu «delegato diocesano, al ·· Convegno di Loreto», del 1985. La responsabilità che compete al parroco l’ha costretto anche a riparare il campanile che lasciava cadere dall’alto pericolosi frantumi di pietre, a restaurare la «Chiesa vecchia» mDon Olgiati e la Scuola S. Caterina visitano una azienda agricola stato di abbandono, ad intervenire per fermare alcuni deperimenti di supellettili, ecc.; ma è rimasta sempre in lui, viva e vigile, la premura per la vita cristiana della parrocchia. La realizzazione che l’attuale prevosto ritiene più importante e fondamentale è la “Missione” eseguita dal novembre ‘85 al giugno ‘86: preparata da un triennio di “Scuola dei laici” benedetta dal cardinale C.M. Martini, attuata di casa in casa da preti, suore, laici. Essa ha tracciato il cammino sul quale prendono continuità tutte le altre attività parrocchiali. Una evidente preoccupazione di don Luigi, di cui tutti si avvedono, è l’intensa e dignitosa celebrazione delle funzioni liturgiche e religiose; continuamente attinge dal Concilio Vaticano II la convinzione che è il Signore Gesù, presente nella parola e nei sacramenti, ad edificare la comunità cristiana. Dall’esperienza della «Missione >> il prevosto ha derivato la decisione di ristrutturare l’oratorio, affinché fosse in grado di proporre l’educazione adatta alle nuove generazioni. Ha voluto che in questo intento fossero impegnate in modo particolare le famiglie, sia per il contributo finanziario e sia per la riattivazione della fiducia educativa, che gli sconcerti sociali e culturali precedenti avevano messo in crisi. Si è verificata una bellissima collaborazione, che ora sta dando frutti confortanti. Anche il ,, centenario» che si sta celebrando ha come guida e stimolo don Olgiati, che nel Consiglio Pastorale Parrocchiale e nell’intera comunità di santo Stefano trova -a sua volta- genialità ed entusiasmo. Il “Centesimo Anno” della pubblicazione dell’enciclica “Rerum Novarum” (15 maggio 1891) è una coincidenza significativa per il Centenario della chiesa che ha riassunto e rimane il nucleo tradizionale di Sesto S. Giovanni, conosciuta in tutto il mondo come la “città operaia” per eccellenza: una fisionomia che l’intuito e l’affetto ecclesiali hanno sempre rispettato e incitato, fin dal principio. La Rerum Novarum è del papa Leone XIII, dal quale il parroco don Alfonso Brambilla, appoggiato dall’arcivescovo Luigi Nazari di Calabiana, invocò una speciale benedizione sulla erigenda chiesa (28 settembre 1889). Gli chiese il Papa: “Trova assecondamento nella sua popolazione? ». Rispose il parroco: “Non ho se non motivo di conferma”. Concluse il Papa: “La benedizione del Signore prosperi l’opera vostra e vi dia grazia di vederla presto al suo termine”. Certamente aveva nell’animo, e forse già anche nella penna, la persuasione che metterà nella enciclica del ‘91: <>, di cui era stato nominato pastore da qualche mese appena (Epifania 1980), accettun incontro con i lavoratori di Sesto S. Giovanni la sera del 29 ottobre, nel teatro «Manzoni >>: a patto che si svolgesse come un dialogo aperto e sincero. Indubbiamente risente di quell’incontro il messaggio da lui inviato nel Natale seguente: “ … Ai disoccupati, ai lavoratori in cassa integrazione, ai giovani in cerca di lavoro, a chiunque ha davanti a sé un avvenire oscuro ed incerto, offro la mia solidarietà per le loro ansie e preoccupazioni, e garantisco il mio impegno al loro fianco, per ogni opera di giustizia”. E finalmente, il grande e storico avvenimento del 21 maggio 1983: un papa, Giovanni Paolo II a Sesto S. Giovanni! Qualche stralcio del suo discorso:

All’inizio di questo momento di solidarietà con voi, in questa città che occupa un posto centrale nel mondo del lavoro, vorrei pregarvi di consentirmi di rendere omaggio, innanzitutto, a Cristo Signore che, venendo sulla terra quale nostro fratello, volle fare l’esperienza del lavoro umano … Il lavoro è scuola di umanità, e l’uomo, quando impara ad essere se stesso, impara anche a difendere i valori in cui crede. Come non ricordare, a questo proposito, l’alta testimonianza di civica coscienza offerta quarant’anni or sono dai lavoratori di questa città, nel dicembre del 1943, che vide gli operai di tutti gli stabilimenti incrociare le braccia, quale protesta contro le prevaricazioni della dittatura? … Una delle ragioni della odierna visita è proprio questa: testimoniare la mia partecipazione alle sofferenze di chi ha perso il posto di lavoro e alle ansie di chi ne vede insidiata la sicurezza… Colgo pertanto anche questa circostanza per rinnovare un appello accorato a tutte le persone che hanno potere di iniziativa economica o politica perché uniscano i loro sforzi per l’edificazione di una società giusta, libera e in pace”.

Papa Giovanni Paolo II, 21 maggio 1983

Al “centesimus annus” della consacrazione della chiesa di Santo Stefano ben si addicono gli scopi dati da Giovanni Paolo II al centenario della pubblicazione della Rerum Novarum: “Guardare indietro’ per scoprire nuovamente la ricchezza dei principi fondamentali affinché restino sempre. ‘Guardare intorno’, alle ‘cose nuove’ che ci circondano ed in cui ci troviamo immersi per apprezzarle. ‘Guardare al futuro’, carico di incognite ma anche di promesse, per sentire l’appello alla nostra creatività e responsabilità.”


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