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Mettiamoci in gioco per il bene di tutti

Anche per l’inizio di questo nuovo anno mi piace fare gli auguri a tutti i parrocchiani di Santo Stefano commentando – ed invitando ad una lettura personale – il Discorso che l’Arcivescovo Mario ha tenuto in occasione della solennità di sant’Ambrogio, lo scorso 4 dicembre. Un Discorso tradizionalmente “laico”, destinato a quanti amministrano le nostre città, ma idealmente a tutti i cittadini di buona volontà, animati sinceramente dal desiderio di edificare il bene comune, di ciascuno e di tutti. E, mai come in questo tempo ancora segnato dalla paura della pandemia, il Discorso di sant’Ambrogio diventa incoraggiamento ed insieme provocazione a sentirsi tutti corresponsabili nel faticoso processo di uscita da questa che – oltre ad essere una emergenza sanitaria – mostra il volto ancora più tragico di una emergenza spirituale, caratterizzata dallo “smarrimento del senso dell’insieme che riduce in frantumi la società e l’identità personale e che porta alla aridità degli animi che sono come assediati dalle emozioni, dalle apprensioni, dalle notizie della pandemia. Così il resto del mondo e dei temi decisivi per la vita delle persone, delle comunità, del pianeta è emarginato, ha perso interesse”.

In questa cornice inquietante che ci vede appiattiti sull’oggi, incapaci di sognare alcun paradiso né in cielo né in terra, il compito che ci viene affidato non è banale, quanto obbligatorio: quello di coltivare una visione, quella di costruire una trama nuova di relazioni a partire dalla consapevolezza di un fondamento di cui dobbiamo appropriarci, la comune fraternità. Un fondamento che non potremmo mai trovare con le nostre forze. Infatti, “l’ideologia non va bene: ha prodotto le peggiori stragi della storia. L’individualismo non va bene: ha inaridito la voglia di vivere e dare vita e porta l’umanità verso l’estinzione. Il neoliberismo non va bene: ha creato disuguaglianze insopportabili”. Il compito che l’Arcivescovo ci affida può contare su quello che chiama “l’umanesimo lombardo”, cioè quella serie di virtù e di dimensioni culturali che ci caratterizzano e ci abilitano a dire “Eccomi, eccoci! Tocca a noi”. Con modestia, ma insieme “autorizzati ad avere fiducia”, persino di fronte all’impresa di “aggiustare il mondo”. Riscopriamo le nostre radici fatte di pragmatismo operoso, di senso del limite, di apertura verso l’altro e verso l’inedito. Abbiamo una storia alle spalle che ci dà “buone ragioni per ritenere ingiustificato l’atteggiamento rinunciatario che talora si diffonde e spegne la voglia di vivere e dare vita, di sognare e farsi avanti per le responsabilità”.

È a partire da queste radici che non ci sottraiamo al compito irrinunciabile dell’educazione, anche se noi adulti per qualche aspetto abbiamo vissuto male. Educazione che è l’attestazione alle future generazioni di come e perché vale la pena di vivere bene, “perché non ci sia un popolo smarrito e vagabondo che non sa il nome né il senso delle cose e crede che distruggere o costruire, fare il bene o fare il male, dare vita o toglierla siano equivalenti”.

L’impresa è ardua, ma l’incoraggiamento che ci viene è autorevole e giustificato. Quanti come noi crediamo nel Dio cristiano e godiamo della tradizione e nella devozione del patrono sant’Ambrogio siamo portatori di straordinarie risorse umane e spirituali che è ora di mettere in gioco per il bene di tutti.

Don Roberto Davanzo

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